Recensione in anteprima – Venezia 79 – In concorso –  A distanza di 8 anni Iñárritu torna al Lido in concorso con un film che esprime molto amore per il cinema e per la sua nazione. Un racconto iperbolico, onirico, stralunato e di parte di avvenimenti presenti e passati. Con una tecnica sopraffina (quasi) mai fine a sè stessa. Nelle sale americane e messicane (ma forse anche italiane) dal 27 ottobre e in streaming su Netflix dal 16/12.

La storia

Silverio Gama (Daniel Giménez Cacho), giornalista e documentarista messicano, si è perso nel mezzo del cammino, da qualche parte tra il paese natio e quello di adozione. Eternamente diviso tra Messico e Stati Uniti, dove ha fatto crescere i suoi figli, Silverio Gama è il primo periodista latino-americano a vincere un prestigioso premio internazionale. Nel tempo che lo separa dalla premiazione ufficiale a Los Angeles, passa in rassegna la sua vita, quella professionale e quella personale, segnata dalla morte di Mateo, il figlio che ha vissuto una manciata di ore prima di decidere che il mondo era un brutto posto. Tra presente e passato cerca un senso e trova il capolinea.

Alejandro González Iñárritu alterna inquadrature mozzafiato a piani sequenza dinamica. Da inquadrature volutamente esasperate con grandangolo a piani sequenza fissi con tre-quattro scene composte. Cosa è vero? Cosa può essere falso?. In realtà la verità di una vita lascia temi di discussione aperti, rapporti familiari da rinsaldare o semplicemente da lasciar andare.

Il sottotitolo del film è “La falsa cronaca di alcune verità” una sorta di avvertimento per lo spettatore. Così da non avere contezza di quanto e come si possa manifestare la realtà del proprio vissuto, del proprio presente.

La tecnica

Sin dall’inizio il film si presenta in modo spiazzante. Quei ripetuti salti iniziale che avranno un senso come tutto il film poi, cerca, a volte felicemente a volte meno, di riprendere tutti i fili sparsi della propria trama. Il regista da’ sfoggio, forse all’inizio anche un po’ troppo, delle sue innate abilità di cineasta. Una macchina da presa che spazia con molteplici inquadrature e che spesso si fissa in affascinanti piani sequenza.

E’ davvero complesso, a volte, avere la totale consapevolezza di tutte le azioni e sotto scene che si svolgono mentre vediamo la scena principale con i personaggi in primo piano. Oppure mentre la telecamera segue il protagonista nel suo vagare nel deserto, per gli studi televisivi, nel proprio appartamento.

Inoltre, spesso, Iñárritu utilizza una ripresa deformata, grandangolare. Scene che si inoltrano anche in commistioni di scenografie, di ambienti senza senso logico, strani, variegati, irreali. Molte son poi le scene con tante persone, da un esercito a una folla, magistralmente diretti e perfettamente sincronizzati.

…voi siete morti di paura

“Noi non abbiamo paura della morte, voi invece siete morti di paura”

Silverio è un uomo che si sente conteso tra due mondi, tra due nazioni, tra due stili di vita, due lingue e una provenienza variegata di parenti e familiari. Tramite i suoi occhi ripercorriamo alcune tappe della sua storia e della storia del Messico. Tramite le sue parole e i suoi dialoghi lo spettatore ricostruisce insieme a Silverio i rapporti con i figli, conflittuali a volte, tesi al futuro nella più sincera ossessione di darne un senso. Quel senso di vita che Silverio pensava di aver trovato ma ora messo in totale discussione.

Un’ottima interpretazione di Daniel Gimenéz Cacho contribuisce ad empatizzare il pubblico che spesso si trova stranito ma che non può non commuoversi, tifare oppure sorridere nelle situazioni ironiche e divertenti. Menzione speciale per Ximena Lamadrid.

L’ambiente naturale di questo film è la sala cinematografica per poterne apprezzare tutta la qualità artistica. Non è sicuramente il miglior film del regista ma si torna dalle parti di “Birdman” e nella stessa categoria di “Big Fish”.

Voto: 8,2

Di Giuseppe Bonsignore

Fondatore di Cinematik.it nel lontano 1999, appassionato di Cinema occupa il suo tempo impiegato in un lavoro molto molto molto lontano da film e telefilm. Filmaker scadente a tempo perso, giornalista per hobby, recensore mediocre, cerca di tenere in piedi la baracca. Se non vede più di 100 film (al cinema) all'anno va in crisi d'astinenza.

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