Recensione in anteprima – Venezia ’23 – In concorso – Nono lungometraggio di Matteo Garrone, per la prima volta in concorso alla Mostra internazionale d’arte cinematografica di Venezia. L’apprezzato regista autore torna a parlare di migranti dopo il suo esordio “Terre di mezzo” del 1996. Un nuovo punto di vista drammatico, l’odissea dei reali cugini senegalesi Seydou e Moussa. Al cinema dal 7 settembre.

La storia

La sinossi di “Io capitano” lo descrive come «una fiaba omerica che racconta il viaggio avventuroso di due giovani, Seydou (Seydou Sarr) e Moussa (Moustapha Fall), che lasciano Dakar per raggiungere l’Europa. Un’Odissea contemporanea attraverso le insidie del deserto, i pericoli del mare e le ambiguità dell’essere umano». Coproduzione italo-belga girata per 13 settimane fra Africa ed Europa. Tratto dai racconti di molti immigrati che hanno fatto lo stesso percorso, nasce da un’idea del regista sceneggiata insieme a Massimo Gaudioso, Andrea Tagliaferri e a Massimo Ceccherini.

I nomi dei protagonisti del film ricalcano quelli degli attori che sono all’esordio cinematografico e che son stati scelti dallo stesso Garrone in Africa e portati in Italia persino ospitandoli a casa sua. La storia raccontata riguarda due ragazzi che non vivono in zona di guerra ma in un paese povero, i vestiti dei due sono delle magliette di squadre famose probabilmente il lascito di varie organizzazioni di beneficienza.

La situazione dei due cugini non è drammatica. Nella prima parte del film il pubblico fa la conoscenza di una cittadina, Dakar, molto disordinata ma piena di vita con tanto di balli, canti. Il lavoro è sicuramente duro e continuo per i due ragazzi e la voglia di portare le proprie passioni ad un livello più elevato portano a sognare l’Europa.

Il lungo viaggio

L’Europa è il sogno dei due cugini ma, con sorprendente onestà, viene presentata ai due ragazzi anche tutta la pericolosità del viaggio, tutta la difficoltà poi, una volta in Europa a trovare lavoro, abitazione, vivere felici. L’Europa e l’Italia in particolare, principale meta, non è quella raccontata nei video di YouTube che sia Seydou sia Moussa vedono frequentemente sul loro cellulare.

Ma i due giovani, ancora minorenni, raccolgono meticolosamente dollaro su dollaro per partire. Hanno il benestare del religioso del posto che ha interrogato le anime dei loro avi ma non hanno il permesso dei loro genitori e scappano senza dir loro nulla.Scopriranno presto che tra il partire e l’emigrare in un paese straniero c’è di mezzo il male. Tutta una serie di soprusi, violenze, furti, schiavitù che vengono raccontati dal punto di vista dei due ragazzi e di Seydou in particolare.

Una storia troppo poco spesso raccontata che riguarda non solo i migranti che fuggono dalle zone di guerra ma anche le migrazioni verso nuovi lavori. Una lunga e sofferta odissea che attraversa confini di diverse nazioni con auto, pullman, a piedi. Un sistema dichiaratamente mafioso di gestione dei migranti vera merce di scambio per l’arricchimento dei potenti libici, del Niger, del Mali, del Senegal, etc.

Una scelta senza rischi ma non esente da coraggio in quanto questo approccio potrebbe unire nell’insoddisfazione le due fazioni che sostengono il problema migratorio con pensieri opposti.

Capitano consapevole

Il viaggio dei due protagonisti giunge anche alla tappa dell’attraversamento del Mar Mediterraneo. Seydou, 16 anni, diventa il capitano della nave, quel capitano del titolo. Conclusione di un’avventura che ha messo a dura prova Seydou e Moussa oltre a tutti coloro che li hanno aiutati, seguiti, son stati per un breve tratto, dei compagni di viaggio.

“Io capitano” non parla di politica apertamente. Si limita a descrivere il viaggio e la situazione organizzativa, militare, mafiosa dei paesi africani interessati in quel preciso viaggio. Come lo stesso regista Matteo Garrone ha dichiarato in conferenza stampa:

“Io sono un regista, racconto una storia che ho conosciuto e approfondito attraverso le immagini, i dialoghi. E’ mia abitudine non parlare di argomenti e storie che non conosco nel dettaglio quindi non sono mia materia le politiche sull’immigrazione dei vari paesi”

Il regista quindi presenta un film che non rischia di scadere in politica e, questo, diventa sia uno dei suoi punti deboli sia uno dei suoi punti forti. La regia è totalmente al servizio del racconto e vi sono solo pochi apprezzati e commoventi intermezzi che richiamano la favola. Un ottimo film che coinvolge empaticamente il pubblico anche attraverso delle buone prove degli attori, soprattutto Seydou Sarr candidato di diritto come possibile vincitore del premio Mastroianni. Notevole il mix di sonorità africane.

Voto: 7,7

Di Giuseppe Bonsignore

Fondatore di Cinematik.it nel lontano 1999, appassionato di Cinema occupa il suo tempo impiegato in un lavoro molto molto molto lontano da film e telefilm. Filmaker scadente a tempo perso, giornalista per hobby, recensore mediocre, cerca di tenere in piedi la baracca. Se non vede più di 100 film (al cinema) all'anno va in crisi d'astinenza.

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