Recensione in anteprima – Venezia 78 – In concorso – Dopo l’esordio con “La terra dell’abbastanza” e l’orso d’argento per la sceneggiatura al festival del cinema di Berlino con “Favolacce”, il terzo film dei registi Damiano e Fabio D’Innocenzo viene presentato in concorso alla 78esima edizione della Mostra d’arte cinematografica di Venezia. Un nuovo ed enigmatico intrufolarsi nell’animo dell’uomo che appare in tutta la sua miseria. Un film volutamente indecifrabile che ha diviso pubblico e critica. Al cinema dal 13 gennaio.

Frammenti di storia

Latina oggi. Massimo Sisti (Elio Germano) è un dentista molto professionale sia con i pazienti che con le sue collaboratrici. Ha una bella famiglia (moglie (Astrid Casali) e due figlie che sono al centro della sua vita), una villa molto ampia e immersa nel silenzio. In definitiva è un uomo socialmente arrivato grazie al proprio senso del lavoro e della serietà. In questo contesto, in un giorno qualsiasi, Massimo scende nel suo grande scantinato in cui incontra l’assurdo.

La spiegazione della trama deve necessariamente fermarsi qui perchè qualsiasi altro elemento aggiuntivo potrebbe indirizzare il lettore verso qualcosa che poi lo spettatore potrebbe interpretare in modo diametralmente opposto. Nel corso del film però non è tanto la narrazione degli eventi che acquista importanza quanto l’animo dell’uomo Massimo.

Un gioco (troppo) sofisticato

Pian piano, nel corso del film, lo spettatore scopre gli aspetti più intimi di Massimo, i suoi sogni, le sue paure, le sue certezze e le sue incomprensioni. La vita che si è creato viene vista più volte attraverso uno specchio, nel freddo e spoglio giardino di casa, nelle inquadrature forzatamente sbilenche, sottosopra e piene di riflessi attraverso vetri e scorci.

La regia dei fratelli D’Innocenzo è infarcita di questi giochi di inquadrature. Talvolta affascinanti altre volte eccessivi. Alla lunga, e soprattutto a una prima visione, questa scelta può risultare un gioco forse troppo sofisticato che, se da una parte riempie di significato la scena, dall’altro c’è il rischio di non capirne immediatamente la funzione narrativa.

Elio Germano con la sua recitazione che combina stati di apatia a stati di paura ed ira asseconda questo impianto narrativo e registico catturando su di sé tutta l’attenzione dello spettatore.

Un finale volutamente aperto

 “America Latina” è già enigmatico e provocatorio nel titolo. Si tratta, per questo film italiano della Latina intesa come città e non come aggettivo del continente sudamericano. Però c’è anche “America” in questo titolo quasi a ricordare quel sogno americano che si vuole realizzare o si è realizzato in quello scorcio d’Italia.

Il film lascia lo spettatore con un finale aperto sia nella prosecuzione della storia sia, soprattutto, riguardo al fatto che quelle scene finali possono aprire a diverse interpretazioni, elucubrazioni, ridefinizione e rilettura dell’intero film.

Il nuovo film dei fratelli D’Innocenzo quindi non lascia indifferenti e divide la critica e il pubblico tra chi ne interpreta le abilità registiche e chi invece non si è fatto trascinare da una narrazione che non ha grandi momenti di coinvolgimento e, a tratti risulta un po’ stantia e già vista.

Voto: 6,4

Di Giuseppe Bonsignore

Fondatore di Cinematik.it nel lontano 1999, appassionato di Cinema occupa il suo tempo impiegato in un lavoro molto molto molto lontano da film e telefilm. Filmaker scadente a tempo perso, giornalista per hobby, recensore mediocre, cerca di tenere in piedi la baracca. Se non vede più di 100 film (al cinema) all'anno va in crisi d'astinenza.

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