Recensione in anteprima – Roma FF16 – Evento speciale – Viene presentato alla Festa del Cinema di Roma il film diretto da Stephen Chbosky come adattamento cinematografico dell’omonimo successo teatrale a Broadway. L’interprete principale rimane lo stesso Ben Platt che porta il personaggio anche a teatro. Il film già nelle sale negli Stati Uniti e accolto tiepidamente in patria è stato invece applaudito molto dopo la proiezione. Nelle sale italiane dal 2 dicembre.

La storia

Evan Hansen (Ben Platt) è affetto da disturbo di ansia sociale e ha molti problemi a relazionarsi con i suoi coetanei. Su consiglio del suo terapeuta, scrive delle lettere indirizzate a sé stesso che cominciano tutte con “Dear Evan Hansen”. Un giorno una di queste viene rubata da Connor (Colton Ryan), un suo compagno di classe che conosceva appena ma che è stato l’unico a lasciargli la firma sul braccio ingessato prima di togliersi la vita.

La madre (Amy Adams) e il patrigno (Danny Pino) del ragazzo deceduto contattano subito Evan: credono infatti che la lettera sia stata scritta da Connor e che sia stato il suo ultimo messaggio prima del suicidio. Spinto dagli eventi, Evan entra in confidenza con la sua famiglia e soprattutto con la sorella Zoe (Kaitlyn Dever) da cui è stato subito attratto e inventa la storia di una grande amicizia che in realtà non c’è mai stata. La sua bugia avrà però degli effetti devastanti.

“Dear Evan Hansen” è un film più importante che bello. Si tratta di un adattamento dal musical teatrale molto ben curato e che esplicita sin da subito la sua vena canterina. L’importanza del film risiede proprio nell’abilità con la quale, attraverso il canto, si possa riuscire a parlare di temi e problemi adolescenziali che difficilmente potrebbero essere affrontati in modo “fintamente” leggero.

Dal teatro al cinema

La chiara ispirazione dal teatro viene evidenziata nel film che, spesso, presenta scene di canto e soprattutto ballo corali oppure, molto più intimamente il protagonista Evan canta guardando in camera. Un ulteriore legame all’opera teatrale è dato dalla presenza come attore principale di Ben Platt che porta anche sul grande schermo l’Evan che ha interpretato sul palco di Broadway con enorme successo.

La sua età, in pratica 28 anni, uno dei più maturi del cast di giovani interpreti, è spesso evidente e contrasta un po’ con l’età del personaggio Evan che è un 17enne. Molto lavoro è stato fatto in sede di interpretazione corporea e timidezza accentuata ma il divario con attrici più giovani di 5-6 anni pongono queste ultime molto più in linea con l’ambiente adolescenziale.

Le musiche sono molto orecchiabili, i concetti che vengono cantati ribaltano spesso la valutazione della colpa dei problemi sociali che Evan ed altri ragazzi e ragazze possono avere a quell’età.

“Se cadi in una foresta sei caduto veramente e hai fatto rumore?”

queste le parole di Evan nelle prime scene del film per descrivere quanto accaduto al suo braccio e metterlo in parallelo con la sua condizione di emarginato, di persona invisibile, di ragazzo che non riesce ad avere relazioni con i compagni, con gli amici, anzi non ha proprio amici tranne uno “l’amico di famiglia” che ribadisce di non essere suo amico.

Film importante

Come scritto precedentemente “Dear Evan Hansen” che in Italia avrà il titolo di “Caro Evan Hansen” è un film bello ma più che essere bello è importante. E’ sicuramente un film da far vedere ad adolescenti e giovani affinché ogni persona che nel suo piccolo incontra difficoltà nel relazionarsi con la realtà, con gli altri, con il mondo, possa trarre ispirazione, accettarsi e farsi ascoltare.

C’è un grido che più volte viene ripetuto non solo da Evan ma da diversi altri ragazzi. Si tratta di un grido di aiuto, una voce che si vuole elevare alta affinché il mondo degli adulti, il mondo degli altri ragazzi

“…che funzionano normalmente”

possa ascoltare e comprendere i problemi che alcune ragazze e alcuni ragazzi possono avere in una società sempre più esigente, competitiva, veloce e che bolla come perdente colui che non è “vincente” secondo i precisi canoni della notorietà e realizzazione di vita.

“Dear Evan Hansen” non entrerà nella storia del cinema o del musical ma deve entrare nella storia della visione da parte di ragazze e ragazzi ai quali si rivolge. Si affianca agli altri due film del regista Stephen Chbosky “Noi siamo infinito” e “Wonder” creando una trilogia di film su infanzia, adolescenza, gioventù. La storia di un singolo o di un gruppo per veicolare messaggi importanti per tutti.

La fine perfetta (in pianto)

Esiste una scena, intorno a tre quarti del film che poteva benissimo essere usata per valutare di inserire lì i titoli di coda. Non vi anticipiamo minimamente questa scena, vi indichiamo che fino a quel momento “Dear Evan Hansen” è un crescendo di commozione e di pianti difficili da trattenere.

Dopo quella scena il film prosegue, colpevolmente oltre le due ore di durata complessiva, sfociando quasi in un altro film. Si risolleva nel finale ma non è minimamente paragonabile al finale che poteva essere destinato a chiudere il film. E’ uno dei pochi difetti del film, l’eccessiva lunghezza e l’aver voluto portare sul grande schermo anche quel quarto in più che funziona molto poco in sala e funziona, probabilmente, molto di più a teatro.

La caratterizzazione dei personaggi, soprattutto del patrigno, è sicuramente una chiave molto importante per comprendere il film e le dinamiche delle due famiglie coinvolte nella vicenda. E qui, il discorso, potrebbe essere molto lungo.

Voto: 7,8

Di Giuseppe Bonsignore

Fondatore di Cinematik.it nel lontano 1999, appassionato di Cinema occupa il suo tempo impiegato in un lavoro molto molto molto lontano da film e telefilm. Filmaker scadente a tempo perso, giornalista per hobby, recensore mediocre, cerca di tenere in piedi la baracca. Se non vede più di 100 film (al cinema) all'anno va in crisi d'astinenza.

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