Mank: ritratto della vecchia Hollywood tra politica e (Quarto) potere

Recensione – Un omaggio alla Hollywood degli anni Trenta che fa da sfondo al racconto di come venne realizzata una delle sceneggiature più celebri della storia del cinema, ovvero quella di Quarto Potere di Orson Welles. A scriverla, insieme al regista e attore statunitense, fu il brillante Herman J. Mankiewicz, personaggio altrettanto importante e spesso troppo poco considerato.

Mank Gary Oldman

Mank, diretto da David Fincher e con uno straordinario Gary Oldman protagonista, restituisce la giusta valenza al contributo dell’autore al capolavoro di Welles e ritrae un’epoca gloriosa per l’industria cinematografica americana, nonché piena di sfumature e contraddizioni.

Alle origini di quarto potere

Forse lei intendeva: “Se continui a dire cose false alle persone, a voce alta e abbastanza a lungo, è probabile che ci credano”.

Giunto a Hollywood negli anni Venti del secolo scorso, il giornalista e critico teatrale Herman Jacob Mankiewicz (statunitense di origine polacca) si fa strada agli albori di quella che diverrà la Golden Age del cinema americano. Ma questo, ovviamente, nessuno poteva ancora immaginarlo, nonostante produttori ambiziosi e ingenti quantità di denaro rappresentassero una spinta determinante per il progresso tecnologico, con il grande schermo che prestò unirà in un tutt’uno le immagini e il sonoro e vedrà emergere autori rivoluzionari che detteranno nuove linee narrative.

Proprio in questo periodo, Mankiewicz, per tutti “Mank”, otterrà le migliori opportunità, grazie a un’immensa cultura, ad una superba capacità di scrittura e un’intelligenza sopraffina. All’inizio degli anni Trenta guadagnerà benissimo, spendendo però ogni volta praticamente tutto, tra alcool e tavolo da gioco. Inoltre, essendo di carattere spigoloso, spesso contesta le regole (non) scritte ma assolutamente rigide del sistema cinematografico, cercando di non avallare del tutto i metodi dei propri produttori e le logiche politiche che spesso si intromettevano nella fase di realizzazione di una sceneggiatura; a partire proprio dai dialoghi, fulcro di molte opere d’autore.

La libertà di pensiero

Inizialmente, la sua libertà di pensiero non gli impedirà di far parte dei piani alti della Metro-Goldwyn-Mayer e delle cene più esclusive di Hollywood, organizzate dal potente William Randolph Hearst e dalla sua compagna Marion Davies, attrice di enorme fascino, e alle quali partecipano produttori, letterati, intellettuali e altre personalità di spicco.

Il disprezzo profondo che Mank nutre per quell’ambiente ipocrita, ultraconservatore e reazionario lo porterà progressivamente ad esserne estromesso. Dopo aver avviato un’inevitabile parabola discendente, a porgergli inaspettatamente la mano sarà il giovane regista Orson Welles, offrendogli un lavoro certamente difficile ma non impossibile per uno come lui: realizzare il copione del suo nuovo film.

Nonostante un’iniziale perplessità, un disilluso Mank accetta, soprattutto per mancanza di alternative. Lo chiudono in una casa nel deserto, assistito severamente dalla sua governante Freda e dalla segretaria Rita Alexander, le quali devono assicurarsi che non beva e che, soprattutto, scriva…

Lily Collins Gary Oldman Mank

Il controverso mondo di Mank

Non sì può cogliere l’intera vita di un uomo in sole due ore. Il massimo che puoi sperare è dare l’impressione d’averlo fatto.

Scritto da Jack Fincher, padre del regista David, Mank può vantare un impianto narrativo solido, frutto del lungo lavoro dello sceneggiatore che il figlio omaggia splendidamente, come se egli avesse creato lo script battendolo a macchina: esattamente come accadeva nel 1940, anno in cui Herman J. Mankiewicz realizzò la stesura di Citizen Kane.

E, infatti, tra narrazione lineare (tutta nell’arco di due mesi) e mirabolanti flashback che ci riportano agli anni ’30 di Hollywood, il film diventa una ricostruzione eccezionale del periodo in cui la Golden Age divampava e di conseguenza la concentrazione di poteri che in essa convergevano: tra major intransigenti, crisi economica dopo il ’29, progresso tecnologico (con il passaggio epocale al sonoro) e quindi maggiore possibilità creativa, interessi politici, l’avanzata socialista, lo spauracchio comunista e delle manovre segrete e inconfessabili.

Non è più così intrigante scoprire quanto Orson Welles abbia effettivamente preso parte alla realizzazione della sceneggiatura del suo capolavoro, se l’abbia semplicemente riadattata prima delle riprese o se essa sia stata – come il film propone – interamente frutto del talento di Mankiewicz. Ma è tutto ciò che ruota attorno ad Herman, incluso il giovane genio, a essere oggetto di approfondimento; e, del resto, la creazione di Quarto Potere non è che uno dei tanti accadimenti che hanno reso irripetibile quell’epoca, dove forse nulla è come appare. Mank, nello storico script, inserì situazioni e figure ispirate dalla realtà che egli stesso aveva vissuto, pur non ammettendo (nel film) che fosse realmente così.

I riferimenti storici

Un microcosmo popolato da personaggi storici ed enigmatici: tra tutti troviamo William Randolph Hearst, magnate dell’editoria statunitense che verrà raccontato attraverso il Charles Foster Kane del film di Welles; Marion Davies, attrice e sua amante, che ebbe la fortuna di trovarsi accanto a un uomo potente ma, dall’altro lato della medaglia, la sfortuna di legare la sua immagine a quello stereotipo che di fatto ne condizionò l’ambizione e la carriera cinematografica; e Irving Thalberg, il “ragazzo prodigio” della Hollywood degli anni ’20 e ’30, qui raffigurato in maniera più cinica e contorta rispetto al personaggio delineato ne Gli ultimi fuochi, da Francis Scott Fitzgerald prima (nel suo ultimo romanzo, incompiuto) e da Elia Kazan e Robert De Niro poi (nel bellissimo film del 1976).

Ma è Herman J. Makiewicz il protagonista assoluto del film e la penna più brillante e tagliente degli Studios, interpretato maestosamente da Gary Oldman. Arguto, intelligente, generoso, colto, ma anche dedito al vizio e all’autodistruzione, che inevitabilmente rischierà di travolgere le persone a lui vicine, soprattutto la moglie Sara. Mank è comunque apprezzato, e non gli vengono mai del tutto chiuse le porte dei vertici di Hollywood, nonostante la sua poca inclinazione all’accondiscendenza verso chi detiene il potere nelle segrete stanze.

Egli non ha fino in fondo voluto accettare, tra tutte, la legge fondamentale: ovvero che una carriera si costruisce più con il saper fare la scelta giusta al momento giusto che con le proprie migliori qualità, indiscutibili nel suo caso. Nonostante non scenda mai a compromessi, Mank potrebbe avere tutto ciò che desidera e lavorare come meglio crede, ma decide comunque di affondare per orgoglio e salvare la propria rettitudine, stanco di quell’ambiente incapace di guardare al presente e al futuro oltre la propria brama di potere, che soffoca il talento e la voglia di raccontare il mondo che cambia, proprio alle porte di un’altra drammatica guerra. Esemplificativa, in tal senso, l’indimenticabile sequenza della festa in onore del produttore Louis Mayer, tra tutti i potenti personaggi presenti il meno stimato da Mank.

Gary Oldman Mank

Firme straordinarie

Quello che voglio al momento è una vera doccia, un cocktail e la mia Sara accanto alla quale svegliarmi.

Candidato a dieci Premi Oscar (miglior film, miglior attore protagonista Gary Oldman, miglior attrice non protagonista Amanda Seyfried, quindi per la regia di Fincher, per la scenografia, per la colonna sonora firmata deliziosamente da Trent Reznor e Atticus Ross, per la fotografia in bianco e nero di Erik Messerschmidt, per i costumi di Trish Summerville, per il sonoro, per trucco & acconciature) ed a una miriade di altri riconoscimenti, Mank dimostra di meritare ogni apprezzamento di pubblico e critica.

A completare un quadro meraviglioso non può che essere lo splendido cast, dal quale spicca il già citato Oldman, alla sua terza nomination dopo quelle ottenute per La talpa (2011) e soprattutto per L’ora più buia (2017), che lo portò a una strepitosa vittoria per il ruolo di Winston Churchill. Irriverente e perspicace, il Mank dell’attore britannico riempie lo schermo con una presenza scenica innata, come possono fare solo pochissimi interpreti del panorama internazionale. L’ennesima prova che conferma il talento cristallino di Oldman, una garanzia assoluta per ogni film cui prende parte.

La bravura di Fincher, che si è reinventato per un film non usuale nella sua carriera, si ritrova anche nel porre al centro il personaggio di Mank ma comunque valorizzando tutto il cast. Certamente rilevanti gli attori collaterali: l’Hearst di Charles Dance, il Thalberg di Ferdinand Kingsley, il Mayer di Arliss Howard, il Welles di Tom Burke, il John Houseman di Sam Troughton e il Joseph Mankiewicz (fratello di Herman che diverrà un importante regista di film quali Lettera a tre mogli e Eva contro Eva) di Tom Pelphrey, ma sono soprattutto le attrici vicine a Gary Oldman a prendersi la scena.

Amanda Seyfried Gary Oldman Mank

Scena alle attrici

La Marion Davies di Amanda Seyfried è il ruolo che mette il punto esclamativo alla carriera dell’interprete statunitense. Delicata e sensibile, consapevole della società alla quale appartiene e dunque affatto sprovveduta, Marion ha un rapporto speciale con Mank, che forse si pentirà di aver inserito anche lei nello script che ha consegnato a Welles. La Seyfried è assolutamente perfetta nel rendere tutte le sfumature del personaggio, dotato di un naturale candore e un innato fascino.

È altrettanto meravigliosa la Rita Alexander di Lily Collins, dapprima diffidente nei confronti di Mank ma poi alleata principale per portare a termine quella complessissima sceneggiatura, della cui importanza si renderà conto quando Herman le farà scrivere a macchina pagine su pagine, raccontando di fatto la storia dell’America seguente alla Depressione, con tutte le sue contraddizioni. Menzione speciale anche per Tuppence Middleton, nel ruolo della moglie di Mank, Sara (anzi, la “povera” Sara…) e per Monika Gossmann, la fedele governante di Herman, Freda, con una storia importante da raccontare.

L’impostazione del film non ha forse l’immediatezza adatta ad un ampio pubblico, ma la scommessa fatta da Netflix – che ha ormai trovato la strada giusta nel produrre opere originali di straordinaria qualità – è ampiamente riuscita. Mank ci riporta direttamente al grande schermo degli anni ’40 e ’50, dove sceneggiature impeccabili, dialoghi sublimi e interpretazioni perfette rappresentavano la cifra stilistica dei capolavori di cineasti che hanno fatto grande il cinema americano delle major (e non soltanto).

Il film di David Fincher è un gioiello brillante, che unisce tradizione e innovazione, sia nella scrittura che nella sua regia: trarre ispirazione dal classico per raccontare il passato attraverso la visione contemporanea, in un periodo nel quale il cinema è chiamato a ritrovare la propria identità, è una direzione che può dare risultati assolutamente straordinari.

Voto: 9

Ne abbiamo parlato anche in questa diretta sul nostro canale YouTube: CinePub Ep. 14

il trailer del film

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