Ma Rainey’s Black Bottom

Recensione – Tratto dall’omonima pièce teatrale di August Wilson, il film di George C. Wolfe è un’opera curata e interessante, sorretta da interpretazioni eccellenti, ma soffre di una certa staticità e non riesce a svincolarsi dalla sua origine teatrale per diventare grande cinema. Candidato a cinque premi Oscar, disponibile su Netflix dal 18 dicembre 2020. 

La trama

Chicago, 1927. Ma Rainey (Viola Davis) scuote i nightclub con il suo blues sensuale e sfrontato. Pur di riuscire a incidere i suoi brani su vinile i discografici bianchi sono disposti a sopportare le bizze della cantante. Ma all’ambizioso trombettista Levee (Chadwick Boseman) il ruolo del gregario sta sempre più stretto.

L’ultima interpretazione di Chadwick Boseman

Il film, terzo lungometraggio per il cinema del regista statunitense George C. Wolfe, è tratto dall’omonima pièce di August Wilson, considerato il più importante drammaturgo afroamericano. In particolare, Ma Rainey’s Black Bottom”, scritto nel 1984, è il secondo testo teatrale di Wilson, appartenente al cosiddetto “ciclo di Pittsburgh”. Dalla terza opera del ciclo, Fences”, era già stato tratto un film nel 2016, “Barriere”, per la regia di Denzel Washington e interpretato, oltre che dallo stesso Washington, da Viola Davis, che per quel ruolo vinse l’Oscar come miglior attrice non protagonista. In “Ma Rainey’s Black Bottom” la regia è stata affidata a Wolfe, ma Washington figura tra i produttori e la Davis è di nuovo nel cast, questa volta nei panni della protagonista.

La storia si svolge praticamente in tempo reale e in un unico ambiente, ossia lo studio di registrazione dove Ma Rainey, star del blues (realmente esistita), deve incidere un vinile insieme alla sua band. Ma la cantante ha atteggiamenti da diva e si fa aspettare, i discografici si sforzano di portare pazienza e di assecondare i suoi capricci e, nell’attesa, gli altri membri del gruppo – un trombonista, un trombettista, un pianista e un bassista – chiacchierano tra loro, raccontando episodi di razzismo che hanno subìto nel corso della loro vita e confrontando le rispettive visioni del mondo.

Perno del racconto, in particolare, è il personaggio di Leevee, il giovane e irruento trombettista, che sogna di incidere un disco in proprio e le cui ambizioni si scontrano con la disillusa consapevolezza dei colleghi più anziani. E’ proprio il personaggio di Leevee, così vitale, così impulsivo, così arrogante e ingenuo insieme, a rappresentare il cuore pulsante del film: il suo arco narrativo è senza dubbio l’elemento più interessante della storia, ed è reso ancor più tragico dal fatto che si tratta dell’ultima interpretazione di Chadwick Boseman, scomparso prematuramente dopo la fine delle riprese e destinato molto probabilmente a un Oscar postumo come miglior attore protagonista.

Un film interessante che risente troppo della sua origine teatrale 

Le straordinarie interpretazioni di Boseman e di Viola Davis, cui la sceneggiatura di Ruben Santiago-Hudson offre la possibilità di lanciarsi in un paio di monologhi di grande intensità, non sono tuttavia sufficienti a cancellare quello che poi era anche il difetto principale di “Barriere”, ossia l’impianto eccessivamente teatrale e poco cinematografico del film. Le lunghissime sequenze di dialogo tra i musicisti, per quanto ottimamente scritte e interpretate, risentono troppo della matrice originale dell’opera: sembra che gli autori abbiano avuto timore di discostarsi dalla pièce di Wilson, mantenendovi una fedeltà pressoché assoluta, col risultato però che il film pecca di ritmo, fatica a coinvolgere e a tratti annoia, nonostante la breve durata.

La seconda parte del film, con l’ingresso in scena di Ma Rainey, si ravviva parecchio, innescando dinamiche interessanti che prevedono tensioni, scontri verbali e duelli di nervi tra la cantante e i suoi manager e tra Leevee e tutti gli altri. E il finale, amarissimo, lascia il segno. Ma ciò non basta per scacciare l’impressione di trovarsi di fronte a un film troppo scolastico, un film che, dietro a una confezione impeccabile, manca del coraggio e del guizzo capaci di renderlo memorabile.

Voto: 6,5

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