Recensione in anteprima – Venezia 78 – In concorso – Al suo esordio come sceneggiatrice e regista, Maggie Gyllenhaal si occupa della trasposizione dell’omonimo romanzo di Elena Ferrante: il risultato è un film interessante ma forse non all’altezza delle sue ambizioni. Ciò non gli ha impedito, però, di vincere il premio per la miglior sceneggiatura alla Mostra Internazionale d’arte cinematografica di Venezia. Nelle sale dal 7 aprile.

La storia

Sola in una località di mare, Leda (Olivia Colman) osserva ossessivamente una giovane madre e la figlia in spiaggia. Turbata dalla complicità del loro rapporto (e dalla loro famiglia, chiassosa e sinistra), Leda è sopraffatta dai ricordi legati allo sgomento, allo smarrimento e all’intensità della propria maternità. Un gesto impulsivo catapulta Leda nello strano e minaccioso universo della sua stessa mente, in cui è costretta a fare i conti con le scelte anticonformiste fatte quando era una giovane madre e con le loro conseguenze.

Il lato oscuro della maternità 

Maggie Gyllenhaal ha spiegato che la spinta che l’ha portata a decidere di trasporre il romanzo di Elena Ferrante è stata l’identificazione nel personaggio di Leda, che ha consentito di far venire alla luce una parte di sé – del suo essere donna, madre e compagna – dolorosa ma innegabilmente vera. Il coraggioso tema affrontato dal film è infatti quello del lato oscuro della maternità: a partire dall’osservazione del rapporto tra una giovane madre e sua figlia nel corso di una vacanza in Grecia, Leda ripercorrerà mentalmente infatti il suo passato, il suo ruolo di madre, la sua incapacità di entrare in empatia con la secondogenita e le difficoltà di barcamenarsi tra famiglia e carriera.

Leda, insomma, è stata una madre imperfetta; una donna che non è riuscita a identificarsi pienamente nel ruolo di madre, che non ha voluto rinunciare a se stessa e alle sue ambizioni per dedicarsi alla famiglia. Il rapporto che instaura con Nina (Dakota Johnson) e con sua figlia la costringe ad affrontare i propri sensi di colpa e a cercare di far pace con i propri demoni.

Olivia Colman offre un efficace ritratto di una donna apparentemente fredda ma in realtà tremendamente vulnerabile, con la quale forse è difficile entrare in empatia ma che comunque non viene mai giudicata. Il pregio maggiore del film è proprio quello di cercare di indagare e di comprendere con delicatezza una forma di comportamento che normalmente, in maniera superficiale, verrebbe condannata senza appello.

Una sceneggiatura che pecca di ritmo 

Se dunque il film va apprezzato senza dubbio per il coraggio nell’affrontare un tema tabù e per l’ottima interpretazione di Olivia Colman, giustamente candidata come miglior attrice protagonista agli Oscar, dove invece pecca è nel ritmo della sceneggiatura (il premio alla Mostra del Cinema è francamente immeritato).

La figlia oscura infatti si prende il suo tempo, procede con lentezza in un’alternanza di piani temporali tra presente e passato, focalizzandosi su piccoli avvenimenti che acquistano un significato simbolico più che su scene di grande intensità; la sensazione, però, è che questo andamento un po’ monotono, un po’ troppo “quotidiano”, renda l’opera non particolarmente coinvolgente. Si aspetta per tutta la visione un colpo d’ala, una svolta, un’epifania che invece poi sostanzialmente non arriva mai, dal momento che il taglio che si è scelto di dare è quello dell’essenzialità e del minimalismo.

Per questo motivo, nonostante una regia attenta – molto vicina ai corpi e ai volti delle protagoniste – e un ottimo gruppo di attori (oltre a Olivia Colman e Dakota Johnson, merita una menzione il sempre bravo Ed Harris, qui nei panni di un vecchio custode), l’esordio di Maggie Gyllenhaal è un’opera coraggiosa e interessante, ma un po’ dispersiva e forse incapace di trovare il giusto registro narrativo. Qualche sforbiciata qua e là, una maggiore sintesi insomma, avrebbe giovato al film.

Bello, ma non all’altezza delle sue ambizioni.

Voto: 6,5

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