Recensione – Venezia 78 – Orizzonti – In concorso Orizzonti all’ultimo festival di Venezia, l’esordio di Yuri Ancarani è un’intensa esperienza visiva, un’opera di pura estetica che latita però sul piano della narrazione dei personaggi. Al cinema dal 22 novembre.

La storia

Daniele è un giovane di Sant’Erasmo, un’isola della laguna di Venezia. Vive di espedienti, ed è emarginato anche dal gruppo dei suoi coetanei, i quali condividono un’intensa vita di svago, che si esprime nella religione del barchino: un culto incentrato sulla elaborazione di motori sempre più potenti, che trasformano i piccoli motoscafi lagunari in pericolosi bolidi da competizione.

Anche Daniele sogna un barchino da record, che lo porti in testa alla classifica. Ma tutto ciò che fa per realizzare il suo sogno e guadagnarsi il rispetto degli altri finisce per rivoltarglisi contro, tragicamente. Il degrado che intacca le relazioni, l’ambiente e le pratiche di una generazione alla deriva viene osservato attraverso gli occhi del paesaggio senza tempo di Venezia. Il punto di non ritorno è una balorda, residuale storia di iniziazione maschile, violenta e predestinata al fallimento, che esplode trascinando la città fantasma in un trip di naufragio psichedelico.

Una memorabile esperienza visiva

Yuri Ancarani proviene dalla video-arte, e si vede: Atlantide è infatti un’opera profondamente sperimentale, nata senza una sceneggiatura, a partire da un’osservazione di circa quattro anni delle vite di alcuni ragazzi che vivono nelle isole della laguna veneziana.

I due perni intorno a cui è costruito il film sono proprio l’ambientazione e i ragazzi. Premesse molto intriganti, dunque: perché è vero che Venezia è stata rappresentata innumerevoli volte al cinema, sia in lungometraggi italiani che stranieri, ma al contrario tutta l’area circostante – isole come Sant’Erasmo o San Francesco del Deserto – raramente è stata esplorata dai registi.

Nelle mani di Ancarani questi luoghi, con i loro colori, le luci e i riflessi, diventano fonte di immagini di straordinaria bellezza, che rendono la visione di Atlantide un’esperienza visiva davvero memorabile.

Cinema o video-arte? 

Funziona meno, invece, la rappresentazione del mondo giovanile, un mondo imperniato sul culto del barchino: il protagonista afferma più volte che la sua vera casa è il suo barchino, e infatti tutte le sue energie sono finalizzate al miglioramento di quest’oggetto, anche a discapito delle relazioni familiari o amorose.

Si tratta di un universo dalle grandi potenzialità, originale e complesso, e Ancarani riesce a trasmettere molto efficacemente la mentalità di questi giovani senza prospettive, che sognano di correre più veloci di tutti ma non hanno un reale posto dove andare, sullo sfondo di una Venezia mai così dark. La mancanza di una progettualità tradizionale nella costruzione del film, però, se da un lato accentua il senso di realismo e di autenticità della messa in scena, dall’altro genera una narrazione troppo frammentaria e confusa.

A volte si ha quasi la sensazione che manchino dei pezzi tra una scena e l’altra; ci sono personaggi a cui vengono dedicate singole, lunghe sequenze, ma che poi spariscono. Manca un vero approfondimento psicologico che consenta di affezionarsi seriamente a questi ragazzi, che invece vengono sempre percepiti con distacco dallo spettatore.

L’ultima sequenza del film, un’infinita carrellata su Venezia alle prime luci dell’alba, basata su un’unica inquadratura “sghemba” che rende difficile capire cosa sia il riflesso di cosa, è la perfetta sintesi, nel bene e nel male, dell’intero film: un’esperienza visiva suggestiva e intensa, ma che al di là dell’estetica affascinante e perfettamente curata rischia di apparire un po’ vuota e poco coinvolgente. Siamo davvero al confine tra cinema e video-arte.

Voto: 6

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