Recensione in anteprima – Venezia 78 – In concorso – Nono film del regista cileno Pablo Larrain e terzo consecutivo presentato alla Mostra d’arte cinematografica di Venezia dopo “Jackie”, “Ema”. Questo “Spencer” è descritto sin dal titolo in maniera inequivocabile. Non si tratta della storia della principessa Diana ma di qualcosa di diverso, più intimo e, certamente, più fantasioso riguardo a una delle principesse più amate e controverse della storia del regno inglese. Al cinema dal 5 novembre.

Oltre la storia conosciuta

“Spencer” è ambientato negli anni ’90, e racconta di un fine settimana sotto Natale in cui Lady Diana (Kristen Stewart), durante il suo soggiorno nella tenuta di Sandringham, nel Norfolk, inizia a rendersi conto dei problemi del suo matrimonio con il Principe Carlo e decide di mettervi fine, rinunciando così anche al titolo di Principessa.

Quanto avviene nel film di Pablo Larraìn, è per molti versi, pura fantasia di sceneggiatore e regista. Ma può essere una buona approssimazione riguardo a quanto può essere accaduto oppure quello che sarebbe accaduto se la principessa Diana fosse stata una persona senza nessun titolo reale e quindi solo una Lady padrona incontrastata della sua vita di moglie e di madre.

Molti sono stati i film e molte sono state le serie tv dedicate a Lady Diana o Lady D. come più brevemente viene spesso ricordata. Ultimamente la serie “The Crown” trasmessa da Netflix ne ha dato una versione che ha fatto anche discutere e ha creato polemiche. Spiegare un personaggio così amato e così pieno di dubbi, passioni e con la voglia di ritagliarsi un’esistenza “normale” non è mai stato facile e non è mai stato privo di polemiche.

Da sogno a incubo ad occhi aperti

Pablo Larraìn decide di non raccontare nulla della storia di Diana prima degli anni 90. Si rivolge a uno spettatore che già conosce la vicenda della principessa di Galles almeno a sommi capi. E si parte subito con tutti i turbamenti e lo smarrimento di Diana. Tra le strade di campagna Diana sfreccia a bordo di una Porsche. Capelli al vento è alla ricerca di una casa, la sua casa. E’ smarrita, non trova la strada. Il pensiero di raggiungere i figli e il marito è secondario.

Prevale l’amore per gli amati figli, il sogno diventato realtà di avere una prole, lei che ama i bambini e che se ne prende cura sin da quando era ragazza. L’affetto per il marito, quello ormai manca, la distanza è evidente per tutto il film. La vicinanza e complicità con i figli invece è parte fondamentale di un processo di liberazione di Diana stessa.

Tra sogni e incubi, tra storia dei reali che sembra spaventosamente ripetersi, tra apparizioni e ritorni al passato dell’infanzia Diana cerca la sua strada, la sua dimensione, la sua realtà. Fuggendo da un reale che non le appartiene.

Spencer oltre che Diana

“Spencer” è il titolo del film e non è casuale. E’ un’artistica e bramosa inquietudine di Diana di tornare alla sua famiglia, alla sua identità cancellata da anni di matrimonio infelice, di vita di corte che pian piano rifiuta e rigetta anche fisicamente.

La Diana di Kristen Stewart appare sicuramente più giovane e bella della Lady D. originale anche se l’età dell’attrice è simile all’età che si vuole narrare della principessa. E’ una Lady D. che cerca sempre di uscire dai canoni, non per ribellione ma per trovare la sua dimensione, il suo giusto abito quando invece l’abito le viene costantemente imposto dall’alto.

L’attrice statunitense si rivela in un’ottima prova recitativa probabilmente la migliore della sua carriera. Magistralmente diretta dal regista che le cuce addosso l’abito di Lady D., il carattere e tutta quella vena artistica che riversa nelle scene. Non si tratta, come abbiamo già scritto, della vera storia di Diana ma di quello che probabilmente avrebbe voluto fare, provare, con i figli e per sé stessa.

Un ottimo film, ben diretto, ben sceneggiato e retto costantemente dalla buona presenza di Kristen Stewart.

Voto: 7,4

Di Giuseppe Bonsignore

Fondatore di Cinematik.it nel lontano 1999, appassionato di Cinema occupa il suo tempo impiegato in un lavoro molto molto molto lontano da film e telefilm. Filmaker scadente a tempo perso, giornalista per hobby, recensore mediocre, cerca di tenere in piedi la baracca. Se non vede più di 100 film (al cinema) all'anno va in crisi d'astinenza.

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato.