Jojo Rabbit

Recensione in anteprima – Torino 37 – Festa Mobile – Film d’apertura della 37esima edizione del Torino Film Festival. Diretto da Taika Waititi, il film subisce l’influenza Disney (in quanto produzione 20Th Century Fox) nel virare da esercizio provocatorio e dissacrante a favola adolescenziale dall’ironia sferzante a tratti irriverente. Al cinema dal 16 gennaio.

La storia che prende in giro la storia

Jojo (Roman Griffin Davis) ha dieci anni e un amico immaginario dispotico: Adolf Hitler (Taika Waititi). Nazista fanatico, col padre ‘al fronte’ a boicottare il regime e madre (Scarlett Johansson) a casa ‘a fare quello che può’ contro il regime, è integrato nella gioventù hitleriana.

Tra un’esercitazione e un lancio di granata, Jojo scopre che la madre nasconde in casa Elsa (Thomasin McKenzie), una ragazzina ebrea che ama il disegno, le poesie di Rilke e il fidanzato partigiano. Nemici dichiarati, Elsa e Jojo sono costretti a convivere, lei per restare in vita, lui per proteggere sua madre che ama più di ogni altra cosa al mondo. Ma il ‘condizionamento’ del ragazzo svanirà progressivamente con l’amore e un’amicizia più forte dell’odio razziale.

Sin dalla sigla iniziale ci si immerge nel periodo nazista. Il logo della 20th Century Fox viene “addobbato” per l’occasione e facciamo presto la conoscenza di Jojo e del suo “amico immaginario”

Taika Waititi ci inoltra, così, senza grandi preamboli in una situazione abbastanza paradossale ed estremizza il fascino di Jojo per Adolf Hitler e le sue imprese. Senza mai dare riferimenti temporali precisi, la sceneggiatura pone l’accento su alcuni personaggi che Jojo incontra e che lo introducono al suo essere un perfetto giovane hitleriano.

La famiglia della resistenza

Jojo è però un bambino che aspira a far parte di una gioventù hitleriana all’interno di una famiglia che lui non sa (e lo scoprirà pian piano) essere totalmente partigiana. Mentre infatti il fascino verso il suo amico immaginario risulta irresistibile e ricco di divertimento e soddisfazioni grazie al cameratismo, la vita reale è resistenza che si nota nei personaggi anonimi di tutta la cittadina.

Il contrasto tra il gioco nel campo d’addestramento con improbabili insegnanti e la situazione in famiglia crea in Jojo una rapida crescita tanto da indurlo a nuove esperienze di vita che, forse, son più vere ancorché acerbe.

La difesa affettuosa della madre, una sempre più brava Scarlett Johansson (candidata a Miglior attrice non protagonista proprio per questo film), e l’amore embrionale e ingenuo per Elsa fanno compiere a Jojo un salto di maturità che cambia la dinamica dell’intero film.

La favola adolescenziale

Accompagnato da preventive polemiche e aspettative sulla possibile vena dissacrante, “Jojo Rabbit” conferma poco di tutto ciò. Delude parecchio da questo punto di vista ma il film rimane una gradevole e intensa presa in giro del periodo nazista dal punto di vista dei più indifesi: bambini, ebrei e famiglie partigiane.

Sì sorride parecchio, si ride abbastanza, si riflette molto  sul fatto che l’estremizzazione farsesca e comica messa in piedi, pur nella sua violenza e irrispettosità, è nulla al confronto con la delirante e crudele realtà di quegli anni bui.

Ispirato a tratti al bellissimo “Il grande dittatore” con Charlie Chaplin e con la superficiale atmosfera de “La vita è bella”, “Jojo Rabbit” si trasforma in una commedia adolescenziale mettendo in campo i valori dell’amicizia e, soprattutto, del primo amore. Un film che avrebbe avuto un posto perfetto in una delle sezioni del Giffoni Film Festival e che può essere proiettato anche nelle scuole.

Voto: 7,7

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