“Ogni maledetta domenica”, fino all’ultimo centimetro

Recensione – Cinesport – Il mondo del football americano e quello che è all’interno di esso, tra piccole e grandi follie, tensioni e rivalità: tutto questo è Ogni maledetta domenica, film del 1999 diretto da Oliver Stone uscito in Italia il 7 aprile 2000.


La storia

Miami, Florida. Una crisi di gioco e risultati attanaglia la squadra di football degli Sharks, vincenti fino a qualche anno prima, ma quasi irrimediabilmente perdenti adesso. Il coach Tony D’Amato (Al Pacino) ha un suo stile classico nel preparare la squadra, dove il talento, la forza fisica e le intuizioni contano più degli schemi e della tattica. Lo storico proprietario, scomparso, ha lasciato tutto in mano alla figlia Christina Pagnacci (Cameron Diaz), la quale mal sopporta i metodi di D’Amato e vuole imporre le sue idee per rilanciare il team, a costo anche di lasciare Miami per Los Angeles.

Nel frattempo, mentre i play-off sembrano comunque a un passo, si fanno male anche il quarterback titolare Jack “Cap” Rooney (Dennis Quaid) e il linebacker Luther “Shark” Lavay (Lawrence Taylor). In una gara che sembrava persa, il quarterback di riserva, il giovane e ribelle Willie Beamen (Jamie Foxx)tira fuori le sue qualità e salva gli Sharks, guadagnandosi la ribalta, nonostante Tony non riesca a farlo crescere come vorrebbe…

Il film

Scritto da John Logan, Oliver Stone e Daniel Pyne, “Ogni maledetta domenica” (titolo originale Any Given Sunday) raggiunge perfettamente l’obiettivo che si pone. Non è certamente un film perfetto, in particolare per la scrittura dei personaggi secondari e lo sviluppo della trama, farraginoso soprattutto nella prima parte. Ma c’è la regia di Oliver Stone, regista di enorme bravura e con uno stile che divide molto: o piace, o no. Non vi possono essere vie di mezzo.

Attraverso un montaggio frenetico – e con degli slow motion che esaltino la drammaticità di diverse scene  – e senza tralasciare ogni dettaglio (persino il più cruento), oltre che con un ritmo serrato, Stone compone un quadro a tratti rutilante e rumoroso, senza risparmiarsi in energia da trasmettere verso lo spettatore.

Ciò che premeva al regista di Platoon, JFK e Alexander è mettere in risalto la “brillante follia” che esiste entro e fuori dal campo di football, raccontandolo con abilità e coraggio. Descrivere uno spogliatoio non è semplice e spesso si cade nell’ovvietà o nel già visto. Non in questo caso. Certo, è probabile che vi siano molte esagerazioni cinematografiche: ma non è detto che il film non sia molto vicino alla realtà di quell’ambiente ricco e pieno di contraddizioni.

Al Pacino

L’interpretazione eccezionale di Al Pacino, in un ruolo non convenzionale per l’attore Premio Oscar, rappresenta una sintesi di quanto dicevamo. Tony D’Amato è un allenatore straordinario ma che sembra subire il passare del tempo, non adattandosi allo sviluppo tattico di uno sport che è sempre più dominato dai dati e dalla tecnologia (basti guardare una partita dell’attuale Lega NFL statunitense). L’istinto e la forza di volontà, oltre che la dedizione, sono alla base del lavoro di Tony, ma né la sua dirigenza né i suoi giocatori sembrano seguirlo.

Eppure, D’Amato saprà trovare la maniera per risalire, dopo aver toccato il fondo della sua carriera. Le contraddizioni cui accennavo prima, infatti, caratterizzano le varie figure in scena, tutte sull’orlo di una crisi di nervi, in aperta discussione con loro stessi; prima apprezzabili, poi nevrotici lottatori. Qualcuno è anche di deprecabile condotta, vedi il medico di squadra Harvey Mandrake (interpretato da James Woods) cacciato da Tony, ma, del resto, la mela marcia è quasi inevitabile in un mondo spietato, dove conta fare sempre un punto in più dell’avversario, a qualunque costo.

…è una battaglia

Ma quando Tony non riesce più a resistere alle pressioni, alle cattive azioni nei suoi confronti, e ai suoi errori, gli resta solamente di recuperare la sua squadra, di ridiventare il coach che ha fatto la storia del football. Tornare, quindi, all’essenza dello sport e della competizione, per ritrovarsi. E lo fa attraverso un monologo che fa parte dell’immaginario collettivo.

Il terreno di gioco diventa un campo di battaglia, dove dimostrare il proprio valore, difendere i propri colori e riabilitare sé stessi dopo una sconfitta o, peggio, un’umiliazione. Giocare è vivere, vincere è sopravvivere. Il touchdown è l’obiettivo da raggiungere, la differenza tra l’inferno e il paradiso.

Con un cast di prim’ordine (oltre ai già citati troviamo anche Aaron Eckhart, Ann Margret, LL Cool J, Matthew Modine e il grandissimo Charlton Heston) e una scelta musicale di altissima qualità (decine di brani che scandiscono i vari momenti del film), Ogni maledetta domenica rappresenta il confronto tra atleti/gladiatori, che da sempre caratterizza la sfida tra uomini: un tempo si scontravano fino all’ultimo colpo, oggi fino all’ultimo centimetro di campo. Per la gloria.

Voto: 7,5

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