Paura e delirio a Las Vegas

Recensione – 20 anni – Vent’anni fa (il 5 febbraio 1999) usciva nelle sale italiane l’ottavo film da regista di Terry Gilliam. Un film diventato cult con il passare del tempo, essendo stato un flop d’incassi all’uscita. Il disorientamento sensoriale provocato dalla pellicola, le prove di Depp e del Toro e la regia alienante di Gilliam hanno fatto del film, leggenda.

Non l’ho visto, lo recupero?

Siamo tutti Tobey Maguire. Più precisamente, siamo tutti dei poveri autostoppisti nel deserto del Nevada che, nella speranza di trovare un passaggio per Las Vegas, si sono imbattuti nei deliranti Raoul Duke (Johnny Depp) e Dr. Gonzo (Benicio Del Toro). Le pedine di un lucidissimo Terry Gilliam, in un gioco perverso di cultura beat e ribellione antisociale. A chi non fosse chiaro ciò a cui il sottoscritto fa riferimento un consiglio: fate un regalo a voi stessi, senza programmarlo, come vorrebbe il buon Dale Cooper, e recuperate Paura e delirio a Las Vegas.

Da dove viene un film così strano ?

Quest’opera è stata caratterizzata da un’esegesi tormentosa e oltremodo lunga, a causa dello scarso budget di produzione, del continuo passaggio di mano dello script e della a lungo infruttuosa ricerca del cast adatto. Dopo aver ricevuto il rifiuto di numerose case di produzione, essere stata nelle mani di Alex Cox e aver avuto (quasi ufficialmente) coppie di attori protagonisti quali: Jack Nicholson-Marlon Brando e John Belushi-Dan Aykroyd e avendole perse per i più disparati motivi, sembrava non avere futuro. Essa finalmente prese vita quando fu proposta a Gilliam, il quale riscrisse quasi per intero la sceneggiatura e i due ruoli principali vennero affidati a Johnny Depp e Benicio del Toro.

L’opera nasce dal libro di Hunter S. Thompson, liberamente autobiografico, in cui egli sotto lo pseudonimo di Raoul Duke, narra del viaggio affrontato col suo avvocato attraverso il deserto del Nevada. Thompson fu sempre molto vicino alla produzione del film, tanto da apparire per pochi secondi in una scena dello stesso, nel locale Matrix (nel quale compaiono anche i Jefferson Airplane) imponendosi come doppio del protagonista, sotto effetto dell’acido.

Egli inoltre rasò personalmente i capelli di Depp per farli assomigliare ai suoi, mise a disposizione i vestiti che realmente indossava negli anni del racconto e passò 4 mesi con lo stesso Depp, il quale imparò così a emulare il modo di parlare e di camminare dello scrittore.

La trama sulla quale si costruisce la vicenda, non è originale

Nel 1971 al reporter sportivo Raoul Duke viene affidato l’incarico di recarsi a Las Vegas per scrivere un reportage della Mint 400, la più importante gara motociclistica off-road annuale americana. Questo lavoro offre a lui e al suo avvocato, il Dr. Gonzo, un pretesto per noleggiare una Chevrolet Impala decapottabile e avventurarsi nel deserto carichi di sostanze stupefacenti.

Il loro soggiorno a Las Vegas si rivela un disastro sociale, incapaci di rapportarsi alle persone a causa delle droghe assunte, essi si trovano ben presto invischiati in situazioni surreali e grottesche, che spesso coinvolgono personaggi secondari, vittime impotenti dei due squilibrati. Una storia dunque semplice e lineare, a dimostrazione che non serve per forza scrivere una sceneggiatura complicata e ad incastro per colpire nel segno.

Perché è così importante?

La domanda che Raoul pone a sé stesso in diversi momenti è:

“che ci faccio qui?”

ed essa si candida a simbolo ed immagine dell’opera. Se lo chiede infatti un giornalista drogato e filosofo durante un suo viaggio allucinato. Ma se lo chiede anche il pubblico: cosa sto guardando? Soprattutto se lo chiede il mondo intero: come siamo arrivati qui, cosa stiamo facendo? e su più fronti: dai soldati americani nel Vietnam alla rivoluzione hippie; un periodo storico di cui un articolista drogato riesce a cogliere l’importanza.

“C’era follia in ogni direzione, ad ogni ora, potevi sprizzare scintille dovunque, c’era una fantastica, universale, sensazione che qualsiasi cosa facessimo fosse giusta, che stessimo vincendo. E quello, credo, era il nostro appiglio, quel senso di inevitabile vittoria contro le forze del vecchio e del male, non in senso violento o cattivo, non ne avevamo bisogno, la nostra energia avrebbe semplicemente prevalso, avevamo tutto lo slancio, cavalcavamo la cresta di un’altissima e meravigliosa onda.

E ora, meno di cinque anni dopo, potevi andare su una ripida collina di Las Vegas e, se guardavi ad ovest, e con il tipo giusto di occhi, potevi quasi vedere il segno dell’acqua alta, quel punto, dove l’onda infine si è infranta ed è tornata indietro.”

Capite dove sta il genio? Nel cogliere la ciclicità del mondo e del tempo, nel capire che secoli di storia hanno condotto l’uomo a quel preciso grado di evoluzione. Che secoli di educazione sociale e di economia mondiale si condensano nella rivoluzione dell’amore libero.

…e la società

È la società che percepisce la fine di un’era, la fase di stallo, il momento di abbandonare ciò che si è imparato per provare ebbrezza di libertà. Il fallimento del sogno americano, il ripudio delle credenze, il crollo del sogno consumistico dettato dal boom economico del secondo dopo guerra. Una generazione che è cresciuta sentendo parlare delle due guerre mondiali e respirandone l’ombra. Quella è la generazione che percepisce che il proprio scopo è quello di tagliare le connessioni col passato; l’arte, il sesso e la droga sono dei mezzi, sono la materializzazione di tutto ciò che è proibito e incomunicabile.

Ogni generazione vive la ricerca di uno scopo, perché la storia è un pesante tomo da studiare per alcune, mentre per altre è un foglio bianco da riempire. Gli anni ‘60 e i primi anni ‘70 sono stati l’affermazione di una generazione nella storia: ogni individuo, che ne fosse conscio o meno, faceva parte di un movimento che quell’angolo di tempo esigeva. La fortuna di vivere il momento in uno spazio senza regole e senza rendiconto. La libertà di cavalcare un’onda finché non s’infrange.

Il cinema non è facile, il cinema è stratificato

Il rinascimento allucinogeno senza confini descritto nel film rafforza ma condanna l’idea evoluzionistica dell’uomo: l’adrenocromo ne è un esempio. Una sostanza (le cui capacità psichedeliche non sono dimostrate) ricavata dalla secrezione di adrenalina del corpo umano: quale migliore esempio di depravazione etica e volontà di annichilimento del concetto stesso di limite. Quale migliore condanna all’evoluzione umana? qui non si tratta infatti di cacciare il più debole per sopravvivere, si tratta della ricerca della distruzione da parte del più intelligente, in questo caso.

Proprio per questo motivo il cinema non è facile, perché quest’opera non vuole invitare all’uso di sostanze stupefacenti, nonostante la spigliatezza e la goliardia dei protagonisti, che possono forviare. Quest’opera vuole descrivere un’epoca e una condizione sociale e personale. Non si deve credere che l’intelligenza e la conseguente lettura di un mondo imperfetto e di una società a pezzi conduca l’individuo a danneggiarsi e stordirsi. Bisogna scoprire una mentalità errata per poi poterla evitare.

Serve informarsi e capire un film, prima di credere di averlo fatto.

Voto: 8

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