La famille Bélier

Recensione – “quando sei nata e mi han fatto sapere che ci sentivi, sono scoppiata in lacrime…”  Il film di Lartigau che ha trionfato in patria arriva in Italia per dimostrare ancora una volta che creare delle commedie garbate, interessanti, solide e non banali è ancora possibile anche quando la materia è delicatissima ed è facile sbagliare. Film da vedere e, paradossalmente, da sentire in tutti i sensi.

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Paula Bélier ha sedici anni e da altrettanti è interprete e voce della sua famiglia. Perché i Bélier, agricoltori della Normandia, sono sordi. Paula, che intende e parla, è il loro ponte col mondo: il medico, il veterinario, il sindaco e i clienti che al mercato acquistano i formaggi prodotti dalla loro azienda. Paula, divisa tra lavoro e liceo, scopre a scuola di avere una voce per andare lontano. Incoraggiata dal suo professore di musica, si iscrive al concorso canoro indetto da Radio France a Parigi. Indecisa sul da farsi, restare con la sua famiglia o seguire la sua vocazione, Paula cerca in segreto un compromesso impossibile. Ma con un talento esagerato e una famiglia (ir)ragionevole niente è davvero perduto.

Giunge in Italia, dopo diversi mesi di successo in Francia (è uscito a dicembre 2014 ed è ancora in sala nella top ten dei film più visti nel weekend) il film che ha colpito positivamente pubblico e critica se si eccettua qualche feroce indignazione di qualche giornalista appartenente alla comunità sorda. La polemica più dura nasce dal linguaggio dei segni perché “mettere dei non sordi a muovere le mani qua e là non è parlare nel linguaggio dei segni” (cit.). Non abbiamo elementi per valutare la qualità del linguaggio, ne rimandiamo il giudizio agli esperti del settore, consapevoli che “segnare” (parlare con la lingua dei segni) non è una conoscenza che si improvvisa o che si apprende in poche lezioni. Qui parleremo del film, di come veicola molto bene sentimenti ed emozioni attraverso silenzi e parole. Eviteremo anche di rimarcare la differenza abissale tra la commedia francese e quella italiana degli ultimi anni, sperando che da questo film si prenda spunto per essere più coraggiosi e meno banali anche in Italia senza per forza dover copiare come successo ultimamente.

la_famiglia_belier_3Iniziare con una scena quotidiana (la colazione) nel silenzio, con i soli rumori degli elettrodomestici e delle posate, fa capire quanto il film voglia subito porsi da un preciso punto di vista. Lartigau, il regista, presenta subito il problema che scopriremo essere la normale dinamica di una famiglia. Sentirsi senza parlare, capirsi a gesti è essenziale per una famiglia nella quale solo un quarto appartiene al “mondo dei più” con voce e udito.

Sta proprio lì il bel lavoro fatto da Lartigau con il cast di attori. Dar vita a un film che prende spunto da una verosimile situazione di sordità famigliare spinta all’eccesso e parlare dell’adolescente Paula, dei suoi problemi, delle sue prime cotte, dei suoi primi successi, delle sue prime delusioni attraverso la responsabilità, enorme, di essere l’interprete della sua famiglia, il ponte che collega il mondo ai suoi genitori e viceversa. Il ponte viene percorso innumerevoli volte nella naturalezza di un compito che mai pesa pur essendo determinante, vincolante, ingabbiato nei ritmi lavorativi dei suoi genitori.

La-famiglia-Belier_topUna commedia alla “Intouchables” (“Quasi amici” nella fantasia dei traduttori italiani) con un taglio molto più teen, sentimentale e famigliare. Louane Emera, la protagonista Paula Bélier, è perfetta per la parte assegnata e dimostra, al debutto da attrice, un certo talento recitativo. Il suo piatto forte è il canto, non a caso  proviene dal reality “The Voice” francese, talent show dedicato alla musica e che, cosa più unica che rara, consegna al cinema una stella nascente con una voce splendida che pian piano si fa largo anche in questo film esplodendo in tutta la potenza e bellezza nelle scene finali, che non vi sveliamo ma che commuovono di quella commozione solo un pizzico ruffiana perché il resto è costituito da sincero sentimento e trasporto.

Se il finale può apparire ovvio e prevedibile, l’originalità è costituita da una sceneggiatura solida, ben curata, che alterna silenzi, parole, sguardi, segni. Fa comprendere, se ancora ce ne fosse bisogno, che il mondo dei “parlanti” molto spesso parla a sproposito, concentrato com’è nel continuare a parlare invece di ascoltare. Ecco quindi che, quando il padre di Paula si candida, lui sordomuto, a sindaco del paese, il motto “Io vi ascolto” appare non solo come battuta ironica ma come grido d’attenzione che tutta la comunità dei sordi sembra lanciare al mondo.

In un contesto bucolico e rurale le vicende si svolgono prettamente in un ambiente paesano, con il mercato locale, con la scuola di periferia e tutte le dinamiche tipicamente popolari. Quasi un voler ricordare al mondo una Francia semplice e naturale. Si ride, si piange, si esulta, si canta, il film è un continuo divertente e ironico susseguirsi di battute, scene e profondo rispetto per la condizione dei sordomuti che, aldilà delle polemiche, si avverte anche nell’impegno degli attori e nella presenza dell’unico sordomuto del cast principale: il fratello minore di Paula.

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“La famiglia Bèlier” è anche un inno all’unità della famiglia senza essere così arrogante da pensare che la famiglia tradizionale sia la sola possibile, anche perché sordità a parte, è essa stessa molto poco tradizionale e in diverse scene, alcune delle quali simboliche e struggenti, questa unità e particolarità viene a galla, basti pensare che risulta quasi una condanna avere una figlia con una voce così bella e non poterla sentire.

Il film, nel suo piccolo, e senza pretese, dimostra che non è sempre necessario parlare per sentirsi, che molti silenzi dicono più di mille parole, che l’affetto, se parte dal cuore, non ha bisogno di voce o suoni per farsi capire. Alcune cose, letteralmente, possono essere sentite con una mano (reale o figurata) sul cuore.

La mia particolare opinione riguardo alle polemiche si riassume citando il più grande difetto e il più grande pregio di questo film. Il grande difetto, a tratti, di parlare del mondo dei sordi ma NON con quei sordi che lo popolano. Il grande pregio è esattamente lo stesso: evidenziare e denunciare il profondo silenzio dei “parlanti” che troppo spesso non rispettano chi non fa parte “dei più”.

In ogni caso questo è un film da vedere, da far vedere, da sentire in tutti i sensi.

Voto: 7,2

2 comments

  1. Bellissima trama, semplice ma immediatamente efficace perché colpisce al cuore. I francesi ci hanno fatto le scarpe da un gran bel pezzo. Lo vedrò nel mio cinema di casa.

    1. Troppo vero, i francesi nella commedia (non che riescano tutte come il classico buco delle ciambelle) osano e lo fanno bene, la commedia italiana è un po’ ferma agli stessi schemi da un pezzo e solo poche son quelle salvabili ed esportabili.

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