Recensione in anteprima – Roma ’23 – Best of 2023 – Quarto lungometraggio per Jonathan Glazer, regista e sceneggiatore, a dieci anni di distanza da “Under the Skin”. Il film rappresenta l’adattamento cinematografico del romanzo omonimo di Martin Amis ed è stato presentato in concorso al Festival di Cannes con la vittoria di diversi premi tra cui il Gran Prix speciale della giuria. 5 nomination agli Oscar tra cui miglior film. Al cinema dal 22 febbraio.

La storia (nella Storia)

Rudolf Höss (Christian Friedel) e famiglia vivono la loro quiete borghese in una tenuta fuori città, tra gioie e problemi quotidiani: lui va al lavoro, lei cura il giardino e i figli giocano tra loro o combinano qualche marachella. C’è un dettaglio però. Accanto a loro, separato solo da un muro, c’è il campo di concentramento di Auschwitz, di cui Rudolf è il direttore.

La storia di questa famiglia si innesta in alcuni momenti temporali che fanno parte di una storia più grande, quella con la “S” maiuscola che riguarda non solo il destino di una o poche persone ma che ha segnato il presente e il futuro di un intero popolo e del mondo intero. La totale quotidianità di questa famiglia diventa a poco a poco disarmante e urla silenzioso dello spettatore che conosce cosa succede oltre quel muro.

I silenzi (e i rumori) raccontano

“La zona d’interesse” inizia con dei suoni disturbanti e la prima scena vede una classica giornata di vacanza al fiume di un gruppo familiare. Rumori e voci che sono tipici di un giorno normale o, perlomeno, tipici di un’attività consueta. Una normalità che viene sottolineata in questo modo, con una precisa scelta di regia e di narrazione.

I silenzi che pervadono l’intera pellicola e che lasciano spazio ai rumori sono anch’essi importanti. Sono silenzi che il film riempie di domande nello spettatore, di straniante situazione dicotomica tra la situazione quotidiana della famiglia e la situazione drammaticamente straordinaria oltre il muro.

Il film non fa sentire mai grida di dolore, non presenta nessuna scena che vede coinvolti i deportati ma lo spettatore sa che ci sono, sono oltre quel muro e vengono citati dal direttore, dai militari, come fossero materiale di una fabbrica, quella che hanno “organizzato” oltre il muro.

La banalità del male

Ciò che rende “La zona d’interesse” un film che colpisce lo spettatore non è solo l’assenza di violenza esplicita ma la violenza sottintesa e sottolineata da questo confronto tra le attività di una famiglia e tutto ciò che avviene attorno. Il male non è solo quello progettato (e noi sappiamo anche attuato) dai militari negli incontri in giardino, nella villa. Il male percorre tutto il cast magistralmente diretto da Jonathan Glazer.

Nell’uomo comune, nella donna comune che viene richiamata nel film si insinua quella che Arendt ha definito “la banalità del male”. L’indifferenza, l’ignoranza, la volontà di concentrarsi sulle attività quotidiane e sul lavoro rimarcano questa atmosfera surreale che pervade lo spettatore tanto da deflagrare nell’idea di urlare ai personaggi. Un urlo di protesta che rimane ovviamente silenzioso in sala ma che fa molto rumore e che dovrebbe essere sempre ricordato.

Nel cast, nella parte della moglie del direttore, Sandra Huller, bravissima attrice in forte ascesa anche grazie all’interpretazione in “Anatomia di una caduta”. Film che le ha permesso di conquistare diversi premi ed essere nominata come miglior attrice sia ai Golden Globe sia agli Oscar.

Voto: 8,4

Di Giuseppe Bonsignore

Fondatore di Cinematik.it nel lontano 1999, appassionato di Cinema occupa il suo tempo impiegato in un lavoro molto molto molto lontano da film e telefilm. Filmaker scadente a tempo perso, giornalista per hobby, recensore mediocre, cerca di tenere in piedi la baracca. Se non vede più di 100 film (al cinema) all'anno va in crisi d'astinenza.

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