Recensione Decima regia per Wes Anderson. Il regista statunitense torna al cinema a tre anni dal film d’animazione “Isola dei cani” e dopo ben 7 dal trionfo di critica di “Grand Budapest Hotel”. Proprio da quest’ultimo “The French Dispatch”  riprende alcune caratteristiche che sono proprie dell’autore stesso. Un film che colleziona quadri in ogni scena come una forma d’opera d’arte che diventa omaggio e narrazione allo stesso tempo. Al cinema dall’11 novembre.

Le storie nella storia

Arthur Howitzer Jr. (Bill Murray), figlio del fondatore e proprietario del quotidiano “The Evening Sun” di Liberty (Kansas), ha convinto anni prima il padre a finanziare un supplemento domenicale e ha installato la redazione a Ennui-sur-Blasé. Espatriata in Francia, “Picnic” diventa “The French Dispatch” e copre ‘con stile’ la cronaca del paese. Perché intorno alla sua scrivania, Horowitzer Jr. ha raccolto i migliori giornalisti del suo tempo.

Archeologi del quotidiano, ‘inseguono’ su campo il soggetto che gli è stato assegnato: una contestazione studentesca che volge in idillio, l’indagine di un commissario sulla pista dei rapitori di suo figlio, un artista psicotico e galeotto innamorato della sua secondina, il necrologio di Arthur Howitzer Jr, che ha posato la penna. E l’ultimo numero sarà un’antologia di articoli, i migliori, dedicata a lui. Si stampi.

Sin dall’inizio il richiamo evidente a “Grand Budapest Hotel” immerge lo spettatore in una narrazione continua con voce fuori campo. La storia del quotidiano, e in particolare la vicenda del supplemento “The French Dispatch” è descritta nel limite di quanto viene riportato nel numero stampato, l’ultimo, che arriva nelle edicole e tra gli abbonati con una serie di articoli e storie.

Quadri d’autore

Wes Anderson, come ci ha abituato nelle sue scelte d’autore, utilizza una messa in scena molto particolare costituita da una sorta di successivi quadri molto ben costruiti. Una contaminazione più propriamente teatrale e dove l’azione viene quasi sempre descritta, riassunta e ricordata dalla parola. L’onnipresente voce fuori campo.

Il film viene proposto in formato 4:3 alternando colori pastello e scene in bianco e nero. Molte volte la scena è statica, pochi movimenti da parte dei presenti e macchina da presa spesso fissa. Il “quadro” viene costruito così come se lo spettatore fosse immerso in una stravagante pinacoteca dove i personaggi via via presentato sono spesso singolari e descritti in modo ironico, ai limiti del farsesco.

Lo spettatore ha comunque una visione parziale dell’azione, Wes Anderson inserisce volutamente dei personaggi che, pur contribuendo alla scena appaiono con solo una parte del corpo. Quadri, visioni, scene studiate al millimetro e con una perfezione nella ricerca dei particolari che difficilmente si trova in altri film.

La melodia del racconto

“The French Dispatch” ripercorre nella durata di quasi due ore, l’ultimo numero del supplemento domenicale. Dei pannelli introducono il nuovo articolo del giornale con l’indicazione di titolo, rubrica, pagine che la vicenda occupa. All’interno di questi articoli o parti del film il regista si avvale della collaborazione di un cast artistico sconfinato. Molte sono le attrici e gli attori che tornano a lavorare con Wes Anderson e che possiamo ritrovare in molti suoi film.

Bill Murray è uno di questi ma ritroviamo anche Owen Wilson, Edward Norton, Willem Dafoe, Adrien Brody per citare i più presenti nei 10 film del regista. Alcune volte le presenze di alcuni attori o attrici sono limitate a delle vere e proprie comparse come nel caso di Saoirse Ronan. Al già citato e nutrito cast si aggiungono anche Benicio del Toro, Frances McDormand, Jeffrey Wright, Tilda Swinton, Timothée Chalamet, Léa Seydoux, Liev Schreiber, Christoph Waltz, Henry Winkler.

Uno sterminato cast diretto da un regista che conferma quanto di buono fatto nei suoi precedenti lavori. Una firma inconfondibile che, questa volta, omaggia il mestiere del giornalista, quel fare giornalismo e raccontare storie tipico dei quotidiani, della carta stampata quasi a sentirne il caratteristico odore.

Le parole che accompagnano le scene per tutto il film sono una sorta di melodia alla quale lo spettatore si abitua e dalla quale, lo stesso, ha conforto, empatia, interesse nella vicenda.

Voto: 7,8

Di Giuseppe Bonsignore

Fondatore di Cinematik.it nel lontano 1999, appassionato di Cinema occupa il suo tempo impiegato in un lavoro molto molto molto lontano da film e telefilm. Filmaker scadente a tempo perso, giornalista per hobby, recensore mediocre, cerca di tenere in piedi la baracca. Se non vede più di 100 film (al cinema) all'anno va in crisi d'astinenza.

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