Recensione – Tom Hardy, nel doppio ruolo dei gemelli Kray reinterpreta i due criminali degli anni ’60 londinesi. Un gangster-movie poco gangster e molto glamour movie. Ottima prova per Hardy in un film che smarrisce il suo obiettivo e diventa qualcosa d’altro.
Nell’east end londinese degli anni Sessanta nessun criminale era più temuto e più ammirato dei gemelli Krays. Reginald, detto Reggie, era attraente, elegante, e dotato di un grande senso degli affari. Ronald, detto Ronnie, era “sanguinario e irrazionale”, uno psicopatico con tendenze schizofreniche. Il loro rapporto veniva spesso descritto come complementare, ma Legend, scritto e diretto da Brian Helgeland, preferisce esaminarlo attraverso l’ottica dottor Jekyill/Mr. Hyde. Ronnie infatti viene dipinto come la parte animalesca e istintiva che Reggie cerca disperatamente di tenere sotto controllo, senza mai riuscire a liberarsene. Ma nella sua follia Ronnie è più onesto con se stesso e con gli altri – anche nell’affermare apertamente le sue preferenze omosessuali – e più abile nell’afferrare le conseguenze di lungo termine delle azioni e delle scelte del fratello.
Esistono storie che sono troppo affascinanti per non poterle raccontare con un film. Sicuramente la storia dei due gemelli Kray è una di queste. Il fascino per la vita criminale con un alto profilo borghese dei due gangsters è già stata portata sul grande schermo dal poco conosciuto “The Krays – I corvi”, film del 1990 diretto da Peter Medak e interpretato dai due fratelli Kemp del gruppo musicale anni 80 degli Spandau Ballet. Nel film di Brian Helgeland le due parti di Ronnie e Reggie sono interpretati dallo stesso attore: Tom Hardy.
La bravura di Tom Hardy si fa strada sin dalle prime scene del film nel più riuscito Reggie rispetto al più forzato Ronnie. La regia però non gestisce questa bravura. La asseconda con una sceneggiatura che si concentra soprattutto (forse troppo) sulla storia d’amore di Reggie, sul suo rapporto con il fratello, sulla sua lotta solo di facciata, tra la volontà di rimettersi in riga e l’istinto del criminale.
Purtroppo Brian Helgeland, qui anche sceneggiatore e già sceneggiatore di “L.A. Confidential”, “Mystic River”, perde di vista quasi subito il registro gangster del movie e si lascia distrarre da altri generi più glamour. La voce narrante è di Frances, la ragazza della quale Reggie si innamora subito, una bella, affascinante e brava Emily Browning che parecchie volte prende la scena complice uno script che si sporca poco le mani per essere un film di mafia, criminali e giri loschi.
Non è una brutta regia quella di Helgeland, chiara, asciutta, lineare, con giusto ritmo ma sembra non indicata per questo film che lo spettatore si aspetta diverso da quanto poi è stato realizzato. Rimane in piedi solo l’eccellente recitazione di Tom Hardy che non sbaglia un colpo in fatto di film e di interpretazioni e il talento della Browning. Il resto è solo bang bang (poco) e vorrei ma non posso (troppo).
Voto: 6,1