Logan

Recensione in anteprima – Direttamente dalla sala Energia del cinema Arcadia, con audio Atmos arriva la potenza e l’affetto da e per uno dei personaggi degli X-Men più amati. Un’ultima notte di Logan più da umano che da supereroe. In sala dall’1 marzo.

El Paso, 2029. Sono 25 anni che non nascono più mutanti e quelli che sono sopravvissuti sono degli emarginati, in via di estinzione. Logan/Wolverine vive facendo lo chaffeur e la sua capacità di rigenerazione non funziona più come un tempo, mentre il Professor X ha novant’anni e il controllo dei suoi poteri psichici è sempre meno sicuro. Quando una donna messicana cerca Logan per presentargli una bambina misteriosa di nome Laura, nuove attenzioni e nuovi guai cominciano a raggiungere i mutanti.

Terzo film dedicato interamente a Wolverine, uno degli X-Men più amati dal pubblico fin dai tempi del fumetto. Logan è perfettamente incarnato da Hugh Jackman che ne riporta sullo schermo, per un’ultima volta, muscoli, poteri e tanta tanta umanità. E’ infatti questo aspetto che colpisce fin da subito del film. Viene sottolineata la natura fragile di un supereroe che, teoricamente è immortale. Il continuo ricorso agli occhiali per vedere quanto scritto sul cellulare, il tossire, lo zoppicare, i capelli e la barba che si colorano di un accenno più che evidente di bianco e di grigio, la difficoltà a rimarginare con velocità le ferite degli scontri. Tutti segnali evidenti di un declino fisico che va di pari passo con il declino psicologico e affettivo.

Sappiamo che Wolverine non è mai stato incline ad affetti e rapporti sociali ma il titolo del film è eloquente (tralasciando il marketing italiano) e, in un mondo che ha definitivamente relegato il supereroe nelle vignette di un fumetto, il Logan uomo non conosce la sua utilità, la sua vita, il suo essere al mondo. Si perde nell’alcol e lavora come autista simbolo di chi continua a intraprendere strade non per sua volontà ma per volontà altrui, o meglio, senza una propria meta e un proprio cammino.

Come e più del “Tony” Starks alias Iron Man dopo la battaglia di New York, Logan è un uomo che fatica a trovare la sua dimensione oltre la maschera di Wolverine. Dimensione assolutamente fuori controllo per il professor Xavier, ricercato al pari di un’ “arma di distruzione di massa” è costretto ad essere rinchiuso in una struttura fatiscente ed abbandonata nel deserto.

Da questo abisso di apparente perdizione della ragione di Xavier e di perdita dell’amore per la vita di Logan, il regista, James Mangold, ci fa risalire a poco a poco attraverso l’azione, il ritmo, gli scontri tra cacciatori di mutanti e Logan stesso. Come Mangold, già regista del precedente capitolo dedicato a Wolverine, riesca a portarci all’interno delle motivazioni di Logan, di Xavier verso la piccola Laura è qualcosa di ben strutturato e poco attinente a un classico cinecomic.

Non si tratta di salvare il mondo, almeno non direttamente, si tratta di capire che vite sono in gioco e Logan è impegnato a salvarsi da sé stesso. Il rapporto con Laura ne è la chiave. Una chiave che apre la porta di casa, quella di una famiglia messa insieme per necessità e che è stata sempre cercata da Logan più di quanto lui abbia mai ammesso a sé stesso.

“Logan” affonda i suoi colpi nella carne delle sue vittime, in un susseguirsi di scontri violenti che han determinato il divieto di visione, in USA, per i minori di 18 anni. Forse un’esagerazione ma i colpi, il sangue, le carni divelte, gli arti mutilati, non sono gli elementi che rimarranno più impressi di questo film. La sceneggiatura, infatti, mette a nudo l’uomo Logan e si carica di un’efficace trama di sentimenti e rapporti mai banali e, mai forzatamente intensi.

La buona sceneggiatura e la buona regia costruiscono un film abbastanza equilibrato. Parti ironiche e tenere tra Xavier, Logan, Laura, azione contro il villain di turno, ancorché poco sviluppato. Patrick Stewart e Hugh Jackman, al loro ultimo film come, rispettivamente Professor Xavier e Wolverine, offrono una buona interpretazione ma è la piccola Dafne Keen a impressionare nella sua prima apparizione sul grande schermo. Lei, al debutto, recita con gli sguardi, con gli atteggiamenti, con le azioni più che con le parole, 11 anni e recitazione in due lingue, la lingua madre spagnola e l’inglese di residenza: un talento di cui sentiremo parlare in futuro.

Vale la pena vedere “Logan”, questo strano e profondo cinecomic che si veste da film a tratti western, a tratti thriller e, per un certo verso è avventura on the road. Si ride, ci si appassiona, ci si commuove e ci si diverte: obiettivo centrato per James Mangold e produttori.

Voto: 7,5

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