Birdman

RecensioneIl talentuoso Inarritu crea una dark comedy del ventunesimo secolo. Il confronto nuovo e sgretolante tra realtà e popolarità ai tempi dei social network. La vita di un ex celebrità che si palesa in tutti i suoi ricordi, speranze, convinzioni e drammi nell’incredibile interpretazione di Michael Keaton.

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Riggan (Michael Keaton) è un attore passato alla storia per aver intepretato un celeberrimo supereroe, Birdman. Dismessi quei panni, la parabola discendente dell’oramai ex-star ha assunto delle forme preoccupanti: Riggan discute con un’oscura voce interna che lo incalza sistematicamente; quando è solo dispone di poteri telecinetici; ma soprattutto è in procinto di mettere in scena l’adattamento teatrale di un’opera di Raymond Carver a Broadway. Che ci si creda o meno, quest’ultima è la cosa più strana delle tre. Tra avversità e tanta diffidenza, il sogno di Riggan è a un passo dal realizzarsi; il non più giovane supereroe sta per compiere l’impresa più impresa di tutte, ovvero quella di salvare sé stesso.

Birdman-Movie-Emma-Stone-SamEsiste una irrealtà più reale di una realistica realtà dell’irreale? Il film di Innaritu cerca di dare risposta a questa bislacca domanda. Lo fa creando un insieme di fusioni tra ciò che è la vita quotidiana del ex attore/supereroe ora pronto al rilancio a teatro e la sua immaginazione, la sua ombra, il suo alterego. Michael Keaton, in un’interpretazione magistrale, probabilmente la migliore in carriera, è perfetto nella parte basti ricordare che lui fu Batman per Burton e Birdman non è poi tanto lontano a livello fonetico. Tutto il cast, Naomi Watts, Emma Stone, Edward Norton su tutti danno il meglio di loro come non vedevamo da tempo, complice l’accurata sceneggiatura che crea una sorta di recitazione nella recitazione spostando il piano narrativo tra la realtà, la finzione filmica, la finzione teatrale, la finta realtà dei social e la falsa rappresentazione dei fan.

Tutto in Birdman viene messo in discussione, il ritmo è incalzante, scandito sovente dalla batteria e molto spesso dal ticchettio non meglio precisato di un orologio, che, pensiamo possa essere anche quel “ticchettio” continuo che il protagonista sente nella testa. A Riggan non rimane che mettere in discussione sè stesso, il suo rapporto con la sua maschera, quella maschera che è simbolicamente e fisicamente dietro la sua persona, quella maschera che arriva al pubblico prima dell’attore che lo interpreta perché “tu non sei un bravo attore, sei una celebrità” come viene detto dal critico di turno ma ribadito nelle reazioni della gente che non riconosce l’attore nemmeno quando la maschera non c’è, nemmeno quando è nudo davanti a loro, nemmeno in quel momento la maschera scompare.

bm-sg-00489Ecco infine che il film strania lo spettatore, lo aggrappa alla vicenda, lo proietta tra il pubblico a teatro e lo rende partecipe con delle straordinarie riprese in soggettiva del “dietro le quinte”. L’inquadratura passeggia e si insinua nei camerini, nei corridoi, nelle intimità psichiche dei protagonisti e i primi piani calibrati e mai casuali accentuano la vicinanza dello spettatore alla vicenda anche quando la scena si fa più verbosa e lenta.

Il film è fatto di colori e azioni che si concentrano quasi totalmente in teatro e tra le quinte come a sottolineare, anche in questo, la situazione nella quale alcuni attori si rinchiudono o, meglio, vengono rinchiusi, incasellati in un ruolo di successo dal quale poi è difficile uscire tanto da diventare solo “una risposta a Trivial Pursuit”. A questa location ristretta si contrappongono il cielo e i palazzoni perfetti di una New York affascinante, legata al passato ma pronta al futuro che non vive mai il presente. Si contrappone anche la straordinaria esplosività di popolarità che un social network può dare tanto che se non si è su facebook o twitter non si è nessuno, non si esiste, non solo non si è nel ventunesimo secolo.

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La surrealità della vicenda viene via via intervallata da argute battute che non risparmiano né il mento di George Clooney, né il naso di Meg Ryan giusto per fare qualche esempio concreto di come Inarritu non solo si prende gioco abilmente di Hollywood ma ne tratteggia una consapevole, non snob e neppure invidiosa critica dove “ormai si mette un costume da supereroe a chiunque”.

Film da vedere, tra i migliori dell’anno, meritatissimi tutti i riconoscimenti e premi che ha raccolto. Sicuro protagonista nella notte degli Oscar.

Voto: 8,6

La videorecensione di Simone Martinelli (Red Apple Cinema Club)

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