Kong: Skull Island

Recensione in anteprima – Kong torna al cinema con un reboot totalmente diverso dai film precedenti per ambientazione storica. Concentrato sulla natura e sull’isola del titolo, la pellicola tralascia il solito canovaccio dello scimmione e della bella per fornirci una lotta uomo-natura-mostri. Al cinema dal 9 marzo.

Nel film, un gruppo eterogeneo di scienziati, soldati ed esploratori si avventura nelle profondità di una mitica e sperduta isola del Pacifico, tanto pericolosa quanto affascinante. Al di là di ogni loro aspettativa, la squadra procede inconsapevole di entrare nel dominio del potente Kong, innescando la battaglia finale tra uomo e natura. Nel momento in cui la loro missione di scoperta diventa una lotta per la sopravvivenza, dovranno combattere per sfuggire da un Paradiso primordiale dove gli uomini non sono contemplati.

Molti i timori che può suscitare il rimettere mano, per l’ennesima volta, a uno dei mostri cinematografici più famosi della storia. Molte, d’altra parte, le aspettative per il film di Jordan Vogt-Roberts alla sua seconda regia dopo l’inedito, in Italia, “The Kings of summer”. Carico di aspettative e timori il film arriva nelle sale con la non celata intenzione, da parte del regista, di narrare un Kong diverso e più selvaggio di quanto visto finora. Un film più cruento, violento e dove la natura la fa da padrona sopra ogni altro tema che, invece, è stato inserito nei precedenti adattamenti cinematografici dello scimmione più famoso del cinema.

Con i suoi 20 metri di altezza, il Kong di Vogt-Roberts è il triplo, in dimensioni, del King Kong di Peter Jackson. Cammina in posizione eretta, spostamenti che, nel film del 2005, erano totalmente da scimmia, sovente sulle quattro zampe per creare più velocità. Le vicende narrate sono ambientate nel 1973, oltre quarant’anni dopo l’abituale collocazione e questo dettaglio non è da poco, ma ne parleremo più avanti.

Anche in questo “Kong: Skull Island” vi è l’avventura mista a favola. La favola però, vede sì un re, quel King che non è più nel titolo, ma non vi è notizia della bella, della regina. La favola si concentra sugli eserciti nemici del re, quelle creature che attaccano Kong dal cielo, dall’acqua, persino da sottoterra. A lui, re dell’isola, salvare e proteggere l’intera isola del teschio, la sua vera regina, il suo regno e i nativi, unici umani accettati da Kong stesso. Gli altri umani, gli invasori, sono rappresentati dalla spedizione di William “Bill” Randa (John Goodman) che ha creato una squadra di conquista con i più vari stereotipi: il militare guerrafondaio, il mercenario cacciatore di grandi animali, la bella fotografa, ecc…

Il 1973 è una data non a caso per il film e per l’america. Gli USA ammettono a loro stessi di non aver vinto in Vietnam e tutto il film è impregnato delle atmosfere di quegli anni. Sequenze filmate che omaggiano e citano “Apocalypse Now!”, ma anche musica tipica di quel decennio e un costante simbolismo e parallellismo tra la guerra in Vietnam e la guerra tra natura rappresentata da Kong e umanità che irrompe in un territorio (vedi Vietnam), su un’isola con arroganza.

E’ fin troppo chiaro il simbolismo presente in questo film. Come anche il citazionismo evidente alla lunga diventa però ripetitiva e ridondante. Preoccupato di ridare maestosità a Kong, Vogt-Roberts perde di vista, volutamente o meno, l’argomento attori, caratterizzazione dei personaggi e sceneggiatura. Il risultato è evidente: Kong è di una bellezza e di una presenza scenica ragguardevole. Ogni pixel è studiato e al posto giusto dando epicità alla figura di Kong con un realismo sorprendente. Il film è spettacolare anche nelle sequenze di azione e di lotta tra Kong e le varie creature che deve sconfiggere. Tutto ciò che riguarda invece i dialoghi, la sceneggiatura e i personaggi non perviene allo spettatore.

Tralasciando l’Hank Marlow di John C. Reilly che è forse l’unico personaggio sul quale si è speso un po’ di tempo per caratterizzarlo e dotarlo di un minimo di spessore, tutto il resto del cast si trova a interpretare personaggi che oscillano tra lo stereotipo più becero e la piattezza più estrema. Molti personaggi non hanno spessore, compreso James Conrad (uno svogliato Tom Hiddleston con il solo pregio che il suo personaggio omaggia, nel cognome, quel Conrad di “Cuore di tenebra” citato più volte nei film di King Kong). Anche Brie Larson nella parte di Mason Weaver appare totalmente inutile. Più volte inquadrata smarrita più del necessario, da idea di essere lì più per la sua bellezza fisica che viene messa in risalto da magliette attillate che per le sue abilità recitative da Oscar.

Il Kong di Vogt-Roberts riconquista le dimensioni di qualche film di diversi decenni fa per un motivo futuro. Sfiderà, nel 2020 Godzilla immergendosi in  quel particolare universo dei mostri che Warner Bros. sta creando dopo averlo inaugurato con il remake di Godzilla.

Il film è godibile, divertente per la parte avventurosa, d’azione e di duello tra Kong e il resto delle creature della “Skull Island” ma manca di sceneggiatura, dialoghi e di un minimo di spessore dei personaggi.

Voto: 6,2

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