Alita, angelo della battaglia

Recensione in anteprima – Dopo quasi vent’anni dall’idea di James Cameron di portare sul grande schermo il manga “Alita, angelo della battaglia”, il film arriva finalmente nelle sale di tutto il mondo. 200 milioni di budget, riprese in 3D nativo come per Avatar e nuovo regista: Robert Rodriguez con Cameron alla produzione. Un impatto visivo straordinario che amplia la fruizione di un film che esalta l’azione, la fantasia e, seppur con una sceneggiatura un po’ debole, commuove e appassiona. Al cinema dal 14 febbraio.

Il dottor Dyson Ito (Christoph Waltz) vive ad Iron City nel 2563, trecento anni dopo la “caduta”, e ripara cyborg nella propria clinica. In cerca di componenti perlustra la discarica, dove cadono i rifiuti dalla città sospesa in cielo di Zalem, e qui trova la parte centrale di una ragazza cyborg (Rosa Salazar), che decide di innestare nel corpo, mai utilizzato, che aveva preparato per sua figlia Alita. La ragazza non ha memoria di sé, ma è un cyborg avanzatissimo, di una tecnologia perduta e progettata per la battaglia. È infatti combattendo che lentamente riaffiorano le sue memorie, così decide di entrare tra i cacciatori di taglie della città e poi nei ferocissimi tornei di Motorball. Si innamora inoltre di un ragazzo umano, che sogna però di raggiungere Zalem, luogo da cui una forza sinistra sembra essersi interessata ad Alita.

Un film nato per la sala … Energia

“Alita, angelo della battaglia” è stato girato con molte delle tecniche usate per “Avatar”, quindi 3D nativo e tanta computer grafica di supporto, ovviamente aggiornata ai giorni nostri. Nelle intenzioni di Cameron la stessa Alita, protagonista del film, doveva essere un’entità in CGI ma, come si vedrà dal film, si è preferita un’attrice in carne e ossa. La bella (e brava) Rosa Salazar si è poi confrontata con molte scene in motion capture soprattutto per quanto riguarda il suo viso, ricostruito con quegli occhioni tipici del fumetto, che hanno anche fatto discutere i puristi del manga.

Il film è stato pensato per la miglior fruizione in sala, se poi, capita di assistere alla proiezione in sala Energia in Arcadia, la miglior sala d’Europa, la versione in digitale e con audio ATMOS rendono l’esperienza coinvolgente e sublime oltre ogni immaginazione nonostante il film non sia perfetto o un capolavoro.

Un 3D reale, non posticcio e immersivo grazie a una profondità talvolta anche eccessiva regalano al film una visione che perfeziona e aggiunge invece di essere la solita trovata per spingere un formato che, forse, è stato troppo spesso bistrattato.

Un Cuore che serve all’inferno

“Meglio essere il re all’inferno che essere un servo in paradiso”

Vector (Mahershala Alì) è il signore della “Città del ferro” (Iron City) ma è anche un burattino in mano a Nova, personaggio quasi leggendario padrone indiscusso di Zalem e, in sostanza, anche delle sorti degli abitanti di Iron City.

“Alita, l’angelo della battaglia” richiama molti film che son passati sul grande schermo. Si può notare una ricchezza scenografica alla “Ready Player One”. La presenza di una poetica intelligenza artificiale come in “A.I.”. La ricostruzione di una città degradata alla “Blade Runner”. La cupezza e la presenza di sangue in modalità “Sin City” che, tra l’altro è stato diretto dallo stesso Robert Rodriguez (secondo capitolo compreso). Ci sono anche “Robocop”, “Oblivion”, “Terminator”, “Maze Runner”, persino “Star Trek” (vedasi alla voce Borg) a completare lo sfondo di una storia che, se non rappresenta il massimo dell’originalità, di certo crea un inusuale calore.

“… Ti dono il mio cuore, prendilo”

Alita è il cuore di tutta la storia, il cuore di una città, il cuore che non è servo dell’inferno ma ne diventa servitore dei suoi abitanti. Nella dicotomica realtà di un futuro postbellico che ci proietta a oltre 500 anni da oggi, la città del cielo di Zalem prospera ed è luminosa, il paradiso a cui tendere, la città sulla terra è quell’inferno a cui bisogna sopravvivere. Gli occhioni di Alita ci guidano attraverso quell’inferno, la sua prima ingenuità è dimostrazione tenera dello sbalordimento di un’adolescente che vede il mondo per la prima volta.

Christoph Waltz novello Geppetto

“Alita, angelo della battaglia” crea e distrugge contrasti e confronti quasi a ripetizione. La regia di Robert Rodriguez sa destreggiarsi con buona dinamicità tra i continui e veloci sviluppi della vicenda.

Come è facile aspettarsi il personaggio di Alita è il punto centrale di tutto il film e la regia lo sa bene tanto da sviluppare per intero solo e soltanto questo personaggio senza lesinare nello spendere il tempo per la sua crescita emotiva, psichica fino alla consapevolezza della sua vera identità.

Mentore di questo angelo della battaglia è il dottor Dyson Ito. Una calibrata recitazione di un sempre eccellente Christoph Waltz. Paterno come se Alita fosse sua figlia, novello Geppetto come nella favola di Pinocchio, creatore e scienziato alla maniera del dottor Frankestein.

Come una lacrima tagliata a metà

Ma Alita incontra anche la sofferenza non solo la bontà del cioccolato, dell’arancia o la bellezza del gioco e della compagnia di Hugo (Keean Johnson). Si mette in gioco, alla ricerca del suo posto nel suo mondo dopo essere stata scartata come rifiuto dalla città di Zalem.

Ancora una volta la dicotomia si fa strada anche quando si tratta della vita di Alita. In una bellissima immagine Alita taglia una sua lacrima a metà a evidenziare che quella lacrima può essere ambivalente all’interno della sua stessa vita: gioia per quanto provato, tristezza per tutto quello di cui si sente la mancanza. E’ la natura di Alita: micidiale arma da guerra e cuore infinito di adolescente che si dona agli affetti e alla giustizia.

Nonostante una sceneggiatura che, a tratti,  presenta battute abbastanza banali e che strizza l’occhio a dinamiche da teen movie, “Alita, angelo della battaglia” è un film da vedere. Un film che entusiasma per la sua grafica, strabiliante nella sua messa in scena con un 3D al top e utile ad immergere lo spettatore nella scena.

Voto: 6,8

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