The perfect candidate (2019)

Recensione in anteprima – Venezia 76 – In concorso – Quinto film per la regista araba Haifaa Al Mansour. Arriva dopo “Dacci un taglio” e soprattutto “Mary Shelley” che ha avuto poco riscontro favorevole di pubblico e critica. La regista torna al Lido dopo 7 anni da “La bicicletta verde” e ripresenta i temi a lei cari come la situazione (e discriminazione) delle donne nella società araba.

Il ritorno alle origini

Maryam (Mila Al Zahrani) è una dottoressa consapevole della responsabilità del proprio ruolo che esercita in un piccolo ospedale in Arabia Saudita. Nonostante la sua professionalità deve lottare quotidianamente contro il pregiudizio diffuso nella società nei confronti delle donne. In famiglia, anche se ha un padre musicista di ampie vedute, sono inizialmente le sorelle a frenarne le prospettive per il futuro perché già hanno dovuto subire il precedente dileggio nei confronti della madre, cantante ora defunta. Quando, in seguito a una serie di contingenze, Maryam si ritrova a firmare i documenti per la candidatura alle elezioni per il Consiglio Comunale, la situazione si fa ancor più complicata.

Nel 2012 la prima regista donna Haifaa Al Mansour si presentò alla Mostra d’Arte Cinematografica di Venezia con il film “La bicicletta verde” impressionando favorevolmente pubblico e critica. La regista torna in concorso con questa sua nuova opera che ritorna a trattare argomenti importanti per la sua Arabia Saudita. Il maschilismo duro a morire e la discriminazione delle donne in certi ambiti e ambienti dedicati alla sola presenza maschile.

Si tratta quindi di un ritorno alle origini dopo la parentesi internazionale che ha anche prodotto “Mary Shelley”, un film poco gradito a pubblico e critica.

Il film oltre il contesto

La scena di apertura introduce subito il tema del film e lo fa con una delle principali novità della società saudita. Vediamo la protagonista Maryam con il niqab, il copricapo arabo che lascia visibili solo gli occhi delle donne. Maryam sta anche guidando, una cosa che fino al 2018 non era permessa a nessuna donna. Sta guidando una vettura nuova e visibilmente colorata di blu (diversa dai soliti colori bianco o grigio della maggioranza).

Scopriamo che è anche una dottoressa stimata nell’ospedale dove opera ma è ancora guardata con diffidenza e rifiuto da parte dei pazienti uomini che, a volte non vogliono neppure essere visitati dalla dottoressa.

In pratica il film racconta di Maryam, donna emancipata che si scontra con tutta una società strutturata burocraticamente, legalmente e tradizionalmente da uomini per favorire gli uomini. Il film però, pur affrontando questo importante tema e non annoiando quasi mai patisce un po’ di ripetitività dell’argomento e di una regia non propriamente esaltante concentrata sul messaggio come, forse, è giusto che sia.

La lunga strada del mondo arabo

All’interno della parte politica “per caso” che deve essere affrontata da Maryam c’è il progetto concreto di asfaltare la strada che porta alla clinica. Simbolicamente è anche la strada che deve fare ancora l’Arabia Saudita per poter uscire da quella considerazione arcaica e discriminatoria della donna e delle sue possibilità nel mondo lavorativo.

Non è un caso che la storia presenta anche una Maryam che ha due sorelle, un po’ più tradizionaliste e una madre morta quasi a simboleggiare la vecchia considerazione della donna che, in quel mondo, deve essere ormai considerata morta per poter progredire come nazione.

Benché il tema sia importante il film non impressiona per qualità.

Voto: 6,1

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