L’isola dei cani

Recensione in anteprima – A quattro anni di distanza dall’apprezzato “Grand Budapest Hotel”, Wes Anderson torna al buio in sala con il suo nono lungometraggio. Il secondo film d’animazione in stop motion del regista statunitense è un film che va al di là della semplice trama e delle articolate scene. La volontà di parlare di discriminazione e di intolleranza attraverso il punto di vista di cani abbandonati. Al cinema dall’ 1 maggio.

Giappone, 2037. Il dodicenne Atari Kobayashi va alla ricerca del suo amato cane dopo che, per un decreto esecutivo a causa di un’influenza canina, tutti i cani di Megasaki City vengono mandati in esilio in una vasta discarica chiamata Trash Island. Atari parte da solo nel suo Junior-Turbo Prop e vola attraverso il fiume alla ricerca del suo cane da guardia, Spots. Lì, con l’aiuto di un branco di nuovi amici a quattro zampe, inizia un percorso finalizzato alla loro liberazione.

L’isola che non t’aspetti

“L’isola dei cani” è il film di Wes Anderson che ti aspetti ma è anche qualcosa di più. Alla pienezza delle scene con una ricchezza di particolari si associa anche una profondità di trama come non è frequente trovare in un film di animazione. I consueti colori pastello sono più attenuati ma non per questo meno caratterizzanti la scena. 

La straordinaria e impeccabile messa in scena tipica del regista statunitense si sposa perfettamente con i temi trattati. La ricerca del suo cane porta Atari sull’isola. Un ambiente nuovo come fosse un luogo nuovo e inesplorato proprio dell’umanità e delle tecniche adottate da Wes Anderson. In realtà il regista non è la prima volta che si confronta con l’animazione e, in particolare con la tecnica della ripresa in stop-motion.

Quest’ultima tecnica sembra perfetta applicata a una pellicola da un ritmo blando e costante. Senza eccessivi sbalzi d’umore la vicenda, infatti, si dipana con un celato e sotterraneo coinvolgimento che non ha dimostrazione effettiva nelle azioni e nelle espressioni dei personaggi.  L’effetto per lo spettatore è abbastanza straniante ma completamente in linea con la storia a cui sta assistendo.  Una storia di umanità contrastata e di ricerca della propria identità, dei propri affetti e del recupero dei valori autentici della propria storia.

Ogni cane un’isola

Atari Kobayashi è il protagonista umano della vicenda mentre tutto il gruppo dei cani è quanto di più osteggiato dagli esseri umani e, quindi, ogni cane viene relegato sull’isola perché ritenuto dannoso per l’umanità. Con abbastanza approssimazione e dietro un messaggio mai esplicitato questo ribaltamento di ruoli e questo esilio forzato sembra richiamare alla memoria tutte le discriminazioni che una qualche minoranza deve subire su un territorio non totalmente democratico. 

Mentre i cani parlano in inglese e dimostrano di possedere una mente illuminata in diverse situazioni, gli umani, in questo caso giapponesi, parlano solo in giapponese e, tramite il loro capo di governo, esprimono idee molto discutibili.  Il microcosmo creato dai cani sull’isola con cani dalle caratteristiche ben precise si mettono al servizio di Atari e Spots alla ricerca di un’improbabile ritorno a casa.

“L’isola dei cani” è un film d’animazione splendido sia nella realizzazione tecnica sia nell’interessante vicenda umano-canina che ci viene presentata. Lo spettatore parteggia chiaramente per Atari e Spots e l’avventura sempre con buon ritmo ma con un tono mai disperato o violento creano costante interesse. Molto interessante è il cast di voci originali che partecipano al film: Bryan Cranston, Scarlett Johanson, Edward Norton, Bill Murray, Jeff Goldblum, Greta Gerwig, Frances McDormand, Harvey Keitel, F.Murray Abraham, Yoko Ono, Tilda Swinton, Ken Watanabe, Liev Schreiber. Un film da vedere per un’altra interessante e bella opera firmata Wes Anderson.  Al festival di Berlino  2018, il regista ha ricevuto l’Orso d’argento per la miglior regia.

Voto: 7,6

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