Il vizio della speranza

Recensione in anteprima – Roma 13 – Selezione ufficiale – Con il suo quarto lungometraggio Edoardo De Angelis torna a confrontarsi con l’universo femminile all’interno di una realtà che non lascia spazio alla speranza. O forse sì. Distribuito da Medusa e in sala a partire dal 22 novembre 2018.

Il vizio della speranza è un film totalmente femminile.
Femminile come la speranza.
Come la vita e la morte.
Come la protagonista, Maria, (Pina Turco) e Cane (sì, volutamente priva di un nome proprio), la pitbull che la accompagna, fedelmente, tutti i giorni, ovunque lei vada.
Come tutte le donne presenti nella vita di Maria.
Soprattutto, come la libertà. E la nascita.

Lungo il fiume scorre il tempo di Maria, il cappuccio sulla testa e il passo risoluto. Un’esistenza trascorsa un giorno alla volta senza sogni né desideri, a prendersi cura di sua madre e al servizio di una donna ingioiellata. Insieme al suo pitbull, Maria traghetta sul fiume donne incinte, in quello che sembra un purgatorio senza fine.
È proprio a questa donna che la speranza un giorno tornerà a far visita, nella sua forma più ancestrale e potente, miracolosa come la vita stessa. Perché restare umani è la più grande delle rivoluzioni.

Non perdere l’umanità

È da qui che riparte Maria: mantenere l’umanità come forma di resistenza.
Lei, una ragazza “rotta”, un’anima persa, che ha subito una violenza il giorno della sua prima comunione e, nello stesso giorno, è stata salvata sul fiume da annegamento, figlia di una madre assente e catatonica, ha sempre vissuto tra gli ultimi, senza pretese, speranze o desideri.

Maria viene scossa dal torpore, dalla complicità con un sistema guasto e una società marcia, quando scopre di essere incinta: in lei qualcosa, inspiegabilmente e improvvisamente, cambia.

(Re)agire le sembra l’unica via percorribile nel momento in cui si accorge di avere una possibilità.

<<Maria ricordati che non esiste solo la miseria. Se hai qualcosa di bello tienitelo stretto>>

le dice Fatima, la sua migliore amica, dopo averle confessato di avere un tumore.

Maria non vuole accontentarsi e viene “contagiata” dalla speranza di poter crescere il proprio bambino e di regalargli un futuro migliore.
Porta avanti, così, con determinazione e dignità il suo desiderio di maternità, contro tutto e tutti, perché quello della speranza, a Castel Volturno, è un vizio, un lusso che in pochi possono permettersi.

La speranza è l’unico vizio che nessuno riesce a perdere

De Angelis, dopo il successo di critica ottenuto con Indivisibili, ci trasporta nella realtà atroce e spietata della maternità surrogata con vivido realismo e delicatezza. Non giudica mai, non esagera, non è mai inopportuno. L’atteggiamento è di chi si avvicina timoroso a qualcosa di sacro.
Non a caso, Il vizio della speranza è un film ricco di simbolismo (il nome della protagonista, altri personaggi secondari, la piccola Vergine e Fatima, la natività), esplicitamente cristiano. È fortemente lirico, anche se immerso in qualcosa che di per sé è opposto e avverso alla lirica.
Una lirica che solleva le esistenze dal materiale che assedia le vite.

In questo lavoro De Angelis viene supportato da bravissime interpreti femminili: una Pina Turco intensa e perfettamente in parte nel ruolo della protagonista Maria, le impeccabili Marina Confalone e Cristina Donadio (Gomorra la serie), nonché un moderno Giuseppe della natività interpretato da Massimiliano Rossi.

Un racconto accompagnato da una fotografia livida, fredda (il bravissimo Ferran Paredes Rubio), una colonna sonora evocativa e meravigliosa, firmata da Enzo Avitabile, e una sceneggiatura che assume quasi la partitura di una parabola: la struttura del film è un lentissimo climax ascendente, fino alla (ri)nascita. D’altronde per raccontare l’universale non si può che attingere all’arcaico.

Un limbo freddo, quindi, fino alla ricerca del calore umano.
Ci si aggrappa fino alla fine alla scintilla della vita.

Maria muore sul fiume, rinasce in mare.

Voto: 8

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