Ema

Recensione in anteprima – Venezia 76 – In concorso – Pablo Larraìn torna alla Mostra Internazionale d’arte cinematografica di Venezia nove anni dopo “Post Mortem”. L’ottava opera del regista cileno si distanzia di tre anni dal successo dell’hollywoodiano “Jackie”. Il film presenta nuovamente la situazione cilena, la sua società in evoluzione e la disgregazione degli affetti e dei valori familiari. Estetica, ritmo e impianto musicale di sicuro impatto e molto ben curato. Molto meno l’intreccio, le motivazioni. 

Il ritmo delle passioni

Ema (Mariana Di Girolamo), giovane ballerina, decide di separarsi da Gastón (Gaél Garcia Bernal) dopo aver rinunciato a Polo (Cristiàn Suarez), il figlio che avevano adottato ma che non sono stati in grado di crescere. Per le strade della città portuale di Valparaíso, la ragazza va alla ricerca disperata di storie d’amore che l’aiutino a superare il senso di colpa. Ma Ema ha anche un piano segreto per riprendersi tutto ciò che ha perduto.

La prima parte di “Ema” lascia lo spettatore disorientato. Il montaggio, superbo, passa dalla vicenda familiare di Ema, al suo ballare, al suo insegnare a scuola. E’ un tripudio di colori netti, il blu, il rosso, che si muovono al ritmo di una musica moderna, incalzante, piena di ritmo. La vicenda non è subito chiara e ci viene mostrata passo passo in modo tale da ricostruire l’identità dei personaggi e il loro coinvolgimento nella storia.

E’ una scelta che disorienta e che può confondere lo spettatore con il rischio di abbandonarne la visione quando poi il film riprende una narrazione meno a incastro, molto più lineare anche se non disdegna l’evidenziare la differenza di comunicazione tra Ema e il resto dei personaggi.

L’amore liquido del terzo millennio

Specchio della società giovane e cilena Ema è una donna che vuole essere libera. Si è sposata giovane, ha voluto, insieme al marito di 12 anni più vecchio, un figlio adottivo, e poi quel figlio non l’ha voluto più, per poi nuovamente sentirne nostalgia. Ema, per quanto voglia apparire libera, è chiaramente schiava del suo egoismo, è libera solo quando balla.

Il suo intendere l’amore è libertà del momento, ed Ema ci viene presentata come una persona difficile a instaurare rapporti duraturi. Passa letteralmente dall’acqua al fuoco ed è sempre un’uscita e manifestazione di fuoco e di acqua potente, liberatoria.

Perennemente concentrato sulla sua protagonista Ema il film lascia molti dubbi sul messaggio, qualora ci fosse, che il film stesso vuole dare. A fianco di Ema ci sono uomini manipolabili e deboli che si fanno forza (solo apparente) con la loro divisa o con l’essere in una posizione apicale del loro lavoro. Ma il film non può essere visto in chiave femminista in quanto la donna Ema ne esce fuori con un ritratto fortemente negativo, per non parlare del suo ruolo di madre “a singhiozzo”.

Questione di ruoli

Uno dei temi principali del film è l’adozione ed anche tutti i problemi che l’adozione può portare. Dai dubbi sulla scelta giusta alla possibilità di avere dei rapporti familiari che non riescono ad essere costruiti adeguatamente. E, quindi, anche la possibilità del rifiuto trattando il bambino come “merce” e non come affetto.

Questo tema però rimane marginale e solo subordinato alla figura di Ema che fagocita la sceneggiatura in diversi punti. A nulla vale poi il colpo di scena finale che è già intuibile e in un paio di scene anche anticipato.

Non disturbano le scene di sesso multiple e le varie avventure in tal senso di Ema ma risultano vuote dei valori che queste dovrebbero avere minando quello che è tutto il concetto di ruolo che una persona può avere nella vita propria o di altri.

Ottima invece l’interpretazione di Mariana Di Girolamo.

Voto: 6

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