The Lobster

Recensione in anteprima – Premio della Giuria a Cannes 2015, il film, il primo in inglese, del regista greco Lanthimos non è un film semplice ma è articolato nella testa degli spettatori consapevoli di non potersi distrarre un attimo e di assistere a delle scene surreali più o meno riuscite. In uscita il 15 ottobre 2015

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In un futuro prossimo e immaginario essere single oltre una certa età è vietato, pena l’arresto e la deportazione in un grande hotel nel quale si è obbligati a trovare l’anima gemella in 45 giorni di tempo, tra punizioni e questionari assurdi. Uomini d’affari, professionisti, donne in carriera e individui meno realizzati tutti insieme sono costretti a cercare un affiatamento possibile perchè se non dovessero trovarlo nel mese e mezzo a disposizione saranno trasformati in un animale a loro scelta.
Appena fuori dall’hotel c’è un bosco dove si trovano i ribelli, individui fuggiti dall’hotel che vivono liberi e single a cui non è concesso di stare con nessuno. Il protagonista passerà prima nel grande hotel senza trovare quell’amore obbligatorio che troverà in mezzo ai ribelli, là dove non è consentito.

Al suo quarto lungometraggio il regista Lanthimos decide di usare la lingua inglese e costruisce un film che vince a Cannes 2015 il premio della Giuria. Confesso di non conoscere le precedenti opere del regista greco che, comunque mi dicono avere sempre lo stesso stralunato stile. Ultimamente sembra che la condizione sentimentale dell’uomo di mezza età sia diventata un argomento di particolare interesse per il cinema. Sarà una coincidenza ma l’atmosfera a tratti angosciante che si incunea nell’animo del protagonista David (un imbolsito ma efficace Colin Farrell) ricorda vagamente il clima introspettivo del protagonista di “Anomalisa” (Recensione), l’ambientazione in hotel aiuta molto il parallelo.

Benché articolato su uno spettro più ampio di personaggi, il film Lobster ricorda “Le regole della casa del sidro” per quanto riguarda lo spiazzante humor che, nel film di Lanthimos non è goliardico ma asettico, lugubre, crudo, triste. Il ritmo lento che pervade l’intero svolgersi della vicenda è fatto anche di campi lunghi, inquadrature fisse per diversi secondi, un assordante silenzio tra i protagonisti spezzato solo da qualche conciliabolo in un accenno di amicizia e interazione (forzata e ipocrita) tra i diversi personaggi. Completa il tutto una serie di scene al rallentatore perfettamente congegnate con una musica classica di sottofondo che dona un tocco artistico all’intera opera. Forse il rallenty è alcune volte abusato, ma si adegua al rallentamento dei pensieri e delle emozioni denunciato nel film per denunciarne in realtà la situazione quotidiana.

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Benché il film si palesi come una condizione distopica futuristica, il regista non bada a calare la scenografia in un contesto futuro in quanto  le auto, i palazzi, i vestiti, la tecnologia sono praticamente quelle dei nostri giorni. Lanthimos si concentra sui concetti di assenza di sentimenti del cuore, di sottrazione delle emozioni, su una non sempre azzeccata condanna dell’ipocrisia che spinge il cervello umano a fare delle scelte ciniche e talmente logiche da risultare crude, crudeli, violente, offensive, opportunistiche, inconcepibili, insensibili.

Difficile spiegare oltre un film che si vede volentieri e che nella prima parte ha il pregio di sviluppare un tema originale attraverso una sceneggiatura composta di battute ironiche e improvvisamente divertenti. Nella seconda parte il ritmo cala ulteriormente e si perde un po’ di ironia facendo pesare la durata eccessiva del film (sfiora le due ore). Da un incipit molto interessante e sviluppato per metà film si passa poi a quasi un film diverso, complice l’irrompere, finalmente, di qualche briciola di sentimento sempre descritto come un’azione meccanica e da tenere segreta salvo perdere il controllo solo in alcune, rare, occasioni.

Una buona sceneggiatura tiene in piedi un film strano, controverso, difficile da digerire, con un finale che non si può spiegare facendomi dire che il finale non è da capire, il film non ha un finale, il film semplicemente finisce. Diversi sono gli spunti  di riflessioni che giustificano un finale e uno svolgersi del film in quei termini così particolari ma tutti questi interrogativi e spunti sembrano essere presenti nello spettatore piuttosto che nel film stesso e, temo, siano una richiesta un po’ troppo pretenziosa per un film che comunque racconta una storia d’amore, particolare ma pur sempre una storia d’amore.

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La mancanza di punti di riferimento nella classicità di una commedia che, è violenta e “dark” spiazzano anche lo spettatore e non permettono di capire il limite  tra finzione e realtà finta dell’interpretazione dei singoli attori. Tutti, ad iniziare da una fantastica Rachel Weisz e da un poco utilizzato John C.Reilly, presentano una buona recitazione dalla quale si evince il costante sforzo di apparire sullo schermo come privi di più emozioni possibili come viene richiesto dalla sceneggiatura.

In fin dei conti “Lobster” è un film tecnicamente fatto molto bene e si lascia vedere senza troppi problemi, spiazza, fa pensare anche se non tutto è perfettamente digeribili e riuscito bene. Qualcosa sembra essere piazzata lì a forza o per caso.

Voto: 7,3

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