Il Re Leone (2019)

Recensione in anteprima – Con una già lunga lista di remake prodotti e una ancora più lunga di titoli in cantiere, continua il progetto Disney di riportare in auge i principali successi classici, tra lodi di chi ne vorrebbe ancora e condanne di chi invece non ne può più. Il Re Leone di John Favreau si inserisce in questa lista staccandosi dagli schemi e proponendo per scelta, una versione celebrativa, più che innovativa. Al cinema dal 21 Agosto.

È come riguardare il classico, ma con un occhio diverso

Quando John Favreau aveva annunciato che avrebbe realizzato un remake fotorealistico di animazione computerizzata del “Re Leone” del 1994 era stato chiaro: la sua intenzione era quella di raccontare la stessa storia, mostrandocela nella sua forma più verosimile possibile. E questo è esattamente quello che ha fatto.

Questo Re Leone sembra quasi una riproduzione del film d’animazione inserita in un documentario, con uno script talmente fedele all’originale, che ogni inquadratura, ogni dettaglio, ogni battuta ha la funzione precisa di ricordarci la versione animata.

Con l’eccezione di pochissime brevi scene, questo live action – se così possiamo chiamarlo, dato che nell’intera pellicola c’è soltanto una sequenza che è veramente filmata dal vivo, mentre tutto il resto è ricostruzione da green screen- si stacca abbastanza dagli schemi che ultimamente la Disney sta seguendo, che prevede integrazioni, rinnovamenti e cambi dei punti di vista che provano (a volte riuscendo, a volte meno) a dare un tono nuovo al classico già visto. Qui invece no, questo è un calco, non un prestito e lo si capisce chiaramente fin dai primi minuti in sala.

Parola chiave: realismo

Questa minuziosa ricerca di realismo può quindi essere vista come un’arma a doppio taglio: se da una parte sembra di vedere una rappresentazione teatrale messa in scena dagli abitanti della savana in carne ed ossa, dall’altra essi non avranno logicamente l’espressività antropomorfa che siamo abituati a vedere sui volti degli animali nei cartoni animati.

La sorpresa sul muso di un leone o la malizia su quello di una iena non saranno certo paragonabili alle espressioni di un viso umano. Non vedremo una mangusta gesticolare con la zampa come se fosse una mano, la vedremo piuttosto muoversi e comportarsi come l’animale che è. Anche l’intensità dei colori e la spettacolarità di certi scenari verranno resi in modo diverso e fenomeni come l’apparizione di un volto nelle nubi o geyser che spruzzano fumi verdi e rossi verranno in un certo senso “appiattiti” da questa rielaborazione all’insegna del realismo.

Le voci

Fin dalla sua genesi, era stato chiarissimo che un grande pregio del film sarebbe stato il cast. Nella versione originale Donald Glover e Beyoncé sono Simba e Nala; i comici Billy Eichner e Seth Rogen sono Timon e Pumbaa; Chiwetel Ejiofor è Scar; il conduttore britannico John Oliver è Zazu, ma soprattutto James Earl Jones riprende il ruolo di Mufasa.

Nella sala di doppiaggio italiana invece ci sono Marco Mengoni ed Elisa come Simba e Nala; Edoardo Leo e Stefano Fresi, una piacevolissima sopresa nei dialoghi come nel canto, sono Timon e Pumbaa; Massimo Popolizio è Scar, superlativo come al solito, anche se forse a causa della somiglianza del personaggio è ancora un po’ troppo Voldemort; Luca Ward infine è Mufasa.

Parlando di musica…

Anche qui non ci sono grossi cambiamenti fatta eccezione per la canzone di Scar, in parte rivisitata e per un brano inedito di Beyoncé, che comunque si inserisce bene nel ventaglio della colonna sonora nuovamente curata da Hans Zimmer e Elton John (in realtà c’è anche un inedito del baronetto, riservato ai titoli di coda).

Lodato o criticato Il Re Leone rimane comunque una gioia per gli occhi di chi da bambino aveva adorato il classico, e un piacevole modo di riscoprirlo per chi non ne aveva avuto l’occasione o è ancora troppo giovane. Perché ad ogni modo, la sensazione principale quando si esce dalla sala è una voglia matta di rivedersi il film del 94.

Voto: 7,5

Commenti