Nervous Translation

Recensione in anteprima – Torino 36 – in concorso – “Nervous Translation”, secondo lungometraggio della giovane regista giapponese di origini filippine Shireen Seno, è un film che tratta in modo delicato il passaggio generazionale e la difficile uscita da un periodo di profonda crisi politica, attraversato dalle Filippine negli anni ’80.

Affrontare l’infanzia in un mondo di solitudine

Assoluta protagonista del film è la bambina di otto anni Yael (Jana Cassandra Agoncillo). Siamo nel 1988, anno delicato per le Filippine, profondamente segnate dal periodo pluriennale della complessa politica e dittatura di Ferdinand Marcos. Salito al potere nel 1965, rimase al governo del paese ininterrottamente fino al 1986. Nel corso di tre mandati presidenziali attuò una serie di manovre politiche fortemente controverse. Fu spinto poi in esilio nelle Hawaii dopo le dimissioni.

In questo clima post-Marcos le Filippine sono dunque in un difficile processo di ricomposizione politica ed economica, con molti dei cittadini emigrati in diaspora all’estero. Ben poco spazio è rimasto per l’equilibrio familiare, e anche Yael si trova sola in un mondo in cambiamento. La madre lavora in una fabbrica di scarpe, e il padre si trova da anni in Arabia Saudita. Unico contatto con lui sono le audiocassette a nastro spedite periodicamente alla famiglia tramite un amico, con cui ha avviato una carriera musicale.

Conflitti con la modernità

Yael vive in bilico fra il passato, rappresentato dalle audiocassette del padre, e un possibile futuro, segnato dall’avvento del commercio, dalle pubblicità che preannunciano il nuovo benessere, e dalle soap opera in televisione, unico passatempo che condivide con la madre.

Come Yael l’intero paese delle Filippine, rimasto senza padre, dopo l’esilio di Marcos (nel 1988 è ancora in vita, morirà l’anno seguente), è in bilico fra un passato da cui molto difficilmente è possibile uscire, e un futuro impossibile da prevedere.

Yael è anche simbolo di un mondo privato di valori reali e di una vera essenza vitale. Si muove anempaticamente nel piccolo mondo casalingo, giocando con una piccola cucina giocattolo, cercando di sfamarsi col poco che da sola riesce a prodursi. Ha un amico che sente al telefono, ma con lui parla quasi esclusivamente di numeri e calcoli matematici.

Ogni tanto il suo piccolo mondo è attraversato dalla presenza fugace dello zio, fratello gemello del padre e famoso cantante, e dei cugini. Con le audiocassette del padre gioca a ricomporre i nastri e a riprodurli di nascosto dalla madre. Ciò che traspare è l’assoluta assenza di un’autentica spinta al cambiamento. Tutti sembrano essersi ormai adeguati alla situazione, e l’unica spinta verso il futuro sono le pubblicità martellanti in tv.

Fra realtà e onirismo

Il film col tempo si trasforma anche in un affresco onirico, sempre più sfumato oltre i confini del reale. Un reale comunque inquadrato con cinepresa ferma, immobile a osservare i piccoli gesti dell’esistenza monotona di Yael. Quando finalmente esce di casa, va alla ricerca della “Ningen Pen” che ha visto in televisione, simbolo di ogni nuovo oggetto di apparente benessere e modernità, che inneggia a una nuova felicità. Il tempo scorre rapido, come anche stanno a indicare i capelli bianchi che Yael strappa alla madre nei pochi momenti di intimità che con lei riesce ad avere. Il futuro è in agguato, pare anche dirci il padre dalla lontana Arabia, il cui gruppo musicale elettro-pop non casualmente è chiamato “The Futures”.

Quello però che si palesa è un futuro cupo, in cui la gente è trasformata in robot, e anche i bambini sono avvolti dai nastri di un passato incapace di legarsi col presente. Le Filippine ora sono di fronte nuovamente a una delicata fase politica, all’insegna del pugno duro e della totale intolleranza interna, emblema del nuovo presidente Rodrigo Duterte, in carica dal 30 giugno 2016.

Una fase politica che forse non ha mai avuto davvero fine, e forse per una reale rinascita è necessario fare tabula rasa, come ci mostra Shireen Seno coprendo tutto nel finale con l’acqua di un nuovo diluvio purificatore. Purificatore di un mondo divenuto di terracotta e creta, e per come si muovono gli eventi a livello globale certamente è un discorso che fuoriesce dai soli confini delle Filippine.

Voto: 7,3

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