The Predator (2018)

Recensione in anteprima – Dopo 8 anni dall’ultimo capitolo targato Robert Rodriguez, la saga di Predator torna in sala con un nuovo film, “The Predator” diretto da Shane Black e con Boyd Holbrook (“Logan”), Olivia Munn (“X-Men Apocalypse”) e Jacob Tremblay (“Wonder”). Al cinema dall’11 Ottobre.

Un nuovo rilancio 

Come già successo con altri grandi successi del cinema fantascientifico, anche “Predator” si appresta a tornare sulle scene con un progetto che prevede la realizzazione di una trilogia.

“The Predator” segna un nuovo inizio per le nuove generazioni, ma non si tratta di un reboot. L’universo narrativo rimane quello dei primi due capitoli del 1987 e 1990. L’umanità è già venuta in contatto con la letale razza aliena, ma questa sembra essersi evoluta…

Quando un ragazzino (Jacob Tremblay) provoca accidentalmente il ritorno sulla terra dei più letali cacciatori dell’universo, solo un gruppo sgangherato di ex soldati guidati dal comandante Quinn McKenna (Boyd Holbrook) e da una scienziata specializzata in biologia evolutiva (Olivia Munn) possono impedire la creazione di nuovi Predator più evoluti e l’estinzione del genere umano.

Dietro questo rilancio c’è Shane Black (“Arma Letale”), maestro del cinema d’azione anni ‘90, non nuovo al franchise, visto che aveva recitato nell’originale “Predator” al fianco di Arnold Schwarzenegger e che qui ritroviamo nel doppio ruolo di regista e sceneggiatore.

La firma di Black

La firma di Black è evidente, così come la volontà di tornare indietro ai primi due episodi della saga. Siamo di fronte ad un film con uno stile fortemente anni ‘90 e lo si nota già nella sequenza d’apertura. Shane Black ha voluto proprio rifarsi al cinema d’azione di quegli anni, privilegiando il ritmo frenetico alla profondità narrativa. Ne risulta un action spensierato, che non si fa troppi problemi ad essere ignorante. L’unica cosa che conta qui è l’azione spettacolare, tralasciando il realismo e la coerenza. Ma è da qui che derivano i principali problemi…

La sceneggiatura è poco più di un abbozzo, talmente semplice e banale che la storia passa quasi in secondo piano. Siamo lontani anni luce dalla versione cupa, horror e matura di Robert Rodriguez del 2010. Per quasi due ore ci si trova in balia di un film che manca di una propria identità. C’è un po’ dell’originale “Predator” del 1987 e un po’ di “Predator 2”, ma non c’è quella tensione e ansia che caratterizzava i primi.

La scomparsa dell’horror

La componente horror è praticamente assente. E, come se non bastasse, a tutto questo si aggiunge una comicità che a tratti risulta imbarazzante e fastidiosa. Nella prima metà del film sembra di essere di fronte alla parodia della saga più che ad un suo nuovo capitolo. Solo nel finale si riprende un po’, proprio quando lo scontro si sposta nel territorio di caccia a lui più congeniale, la foresta. È qui infatti che rivediamo la visione termica, l’iconico puntatore laser triangolare e le macabre uccisioni stealth. Peccato che tutto questo arrivi quando il film è ormai già bello che finito.

Se queste sono le premesse per l’inizio di una nuova trilogia, non ci siamo proprio.

Voto: 5

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