Smallfoot: il mio amico delle nevi

Recensione in anteprima – Il regista Karey Kirkpatrick si diverte dunque nuovamente a mescolare fra loro mondi in apparenza tra loro opposti e contrastanti, come ha fatto fin dai suoi suoi primi esordi come screenwriter alla Walt Disney con “James e la pesca gigante”, in cui l’universo umano si innesta con la stop motion. Al cinema dal 4 ottobre. 

Vivere in un mondo di yeti

Dura, frastagliata, ghiacciata, con ogni comodità moderna, la terra degli yeti appare una città prospera e felice, dove ognuno ricopre il proprio ruolo nella sfera sociale, sulle cime dell’Himalaya.

Vivendo in una rigida struttura sociale, governata dal custode spirituale del popolo, il guardiano delle pietre su cui si basa ogni legge, memori dei dieci comandamenti ben noti alla tradizione occidentale, tutto porta a pensare che nulla vi sia al di sotto delle nuvole che fungono da base per il monte degli yeti, sostenuto da mammut giganti.

Il guardiano del gong, la cui famiglia è stata da sempre responsabile di questa fondamentale missione, illumina il villaggio ogni mattina, risvegliando la lumaca luminosa che da tradizione abita il cielo sopra il monte degli yeti. Tutto è predisposto dal guardapietre affinché il testimone passi al figlio del suonatore del gong, Migo (Channing TatumLorenzo Lucitra), ma l’arrivo imprevisto di un aereo rompe il silenzio e la quiete del villaggio, portando l’umano, lo “smallfoot” da tutti creduto leggendario, in quanto la sua esistenza viene negata dalle pietre legislative.

La realtà si mostrerà molto più ramificata e complessa dopo che il paracadutista, … (ci fermiamo qui)

Verità, bugie, media

Il regista Karey Kirkpatrick si diverte dunque nuovamente a mescolare fra loro mondi in apparenza tra loro opposti e contrastanti, come ha fatto fin dai suoi suoi primi esordi come screenwriter alla Walt Disney con “James e la pesca gigante” (“James and the Giant Peach”, Henry Selick, 1996), in cui l’universo umano si innesta con la stop motion.

Tornando all’animazione dopo “Immagina che” (“Imagine That”, 2009), in cui a collidere erano il mondo degli uffici e della burocrazia della finanza americana e quello dell’infanzia e della magia, Karey trasporta il bosco e la cittadina di “La gang del bosco” (“Over the edge”, 2006), fra le nevi impervie dell’Asia centrale, dosando però il tutto mixando gli stessi ingredienti.

Gli animaletti del bosco tramutati in yeti devono infatti di nuovo fare i conti con l’universo, affascinante ma pericoloso, degli esseri umani, mentre le nuvole, sottostanti al villaggio degli uomini delle nevi, sostituiscono la siepe, dividendo ancora il noto e familiare dalle incognite del mondo al di là del visibile. La paura reciproca fra i due universi – umano e animale – permane (già il procione RJ – Bruce Willis aveva detto agli abitanti del bosco nei confronti degli uomini appena conosciuti “loro hanno paura di noi quanto noi di loro”), costruendo il motore principale di tutta la vicenda.

Gli yeti

Ciò che infatti poi si verrà a sapere è che gli yeti si sono rifugiati sulla cima dell’Himalaya dopo essere stati decimati, messi in fuga e minacciati dall’uomo, incapace di andare oltre all’incomprensibilità del loro linguaggio per coglierne la vera anima buona (e qui come non ricordare il cugino prossimo di questi uomini delle nevi, lo yeti incontrato da Mike Wazowski e Sulley in “Monsters & Co.” , famosissimo film Pixar del 2001).

Inserire questo messaggio così importante nell’attualità odierna di immigrati, muri e barriere, con paure e divisioni crescenti nella globalità del nostro mondo, spesso create da una “verità” di fede o da una ideologia considerata assoluta, come quella incarnata dalle pietre degli yeti, è certo un valore primario da trasmettere al pubblico di bambini a cui il film è principalmente destinato, che possono così farsi domande su ciò che veramente significa l’accoglienza della diversità, in modo semplice ma tutt’altro che banale.

Vivendo questa storia di uomini e di yeti, i bambini possono infatti essere guidati nella riscoperta di realtà diverse dalle apparenti e visibili quotidianità, attraverso un film che poi fa della verità opposta alle menzogne e alle mezze bugie l’altra molla portante della narrazione.

Il mondo di Percy

Percy Patterson, che rappresenta la figura centrale del contatto fra i due mondi umano e yeti, è infatti non casualmente un reporter, che dopo aver perso l’iniziale passione per il giornalismo ambientalista e per la salvaguardia e protezione degli animali, ora pensa solamente a ritrovare un successo immediato di pubblico e a innalzare l’audience dei suoi video su YouTube, sfruttando la storia degli yeti, reputandoli inizialmente solo una leggenda.

Questa caratterizzazione del personaggio si rispecchia bene nella scelta del doppiatore compiuta dal regista, James Corden: attore, conduttore televisivo e autore tv britannico, è ben noto al pubblico americano per essere dal 2015 la guida del talk show statunitense “The Late Late Show With” James Corden. Quello che compieranno Percy e Migo sarà un viaggio di ritorno a integrità e vera illuminazione, per entrambi i loro mondi, che potranno imparare reciprocamente il rispetto in una ritrovata amicizia, superando i confini dell’apparente diversità.

La potenza della musica

Altra nota a favore del film è l’aver poi innestato i valori sopraddetti nelle musiche che ne percorrono la struttura narrativa, così da essere resi più facilmente e immediatamente memorizzabili e immagazzinabili dal pubblico.

Fra queste senz’altro da porre in rilievo sono il rap eseguito dal guardapietre, nella versione originale doppiato da Common, secondo cui non importa il vero e il falso, in quanto entrambi stanno solo negli occhi di chi guarda, ben rispecchiante la filosofia cieca del popolo yeti secondo cui il porsi domande può solo recar danno, avendo totale fiducia unicamente nei comandamenti scolpiti saldamente nelle pietre, in opposizione con il canto di Meechee (ZendayaLodovica Comello), sua figlia e guida del piccolo gruppo sovversivo degli emarginati del villaggio yeti.

Andare a fondo seguendo il cuore e facendosi guidare nell’universo di sorprese e incognite dell’ignoto diventa quindi il fulcro del film, che pare approfondire anche la poetica de “Il piccolo principe”, il bellissimo racconto di Antoine de Saint-Exupéry, pubblicato nel 1943 ma mai fuori moda: l’essenziale è invisibile agli occhi, e anche se la verità e gli interrogativi della vita possono fare paura vale la pena lottare e mettersi in gioco per superare la menzogna che altri ci vorrebbero imporre.

Note negative e curiosità

In questa bella confezione alcuni aspetti magari potevano essere maggiormente approfonditi, come il rapporto fra il guardapietre e suo figlio o la caratterizzazione del villaggio umano; lato assai interessante per chi ama i dettagli sono i capelli e le barbe degli yeti, molto diversificate tra di loro e ben evidenzianti le diverse peculiarità dei personaggi.

Fra le musiche un ruolo del tutto personale ricopre l’adattamento reso da Percy della famosissima canzone “Under pressure”, del leggendario duo David Bowie e Freddie Mercury, del 1981.

Voto: 6,8

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