Denmark (2018)

Recensione in anteprima – Milano 23 (2018) – In concorso – Il film del regista Kasper Rune Larsen, presentato anche a Berlino, sbarca al Milano Film Festival e vince il premio come miglior film tra gli 8 film indipendenti selezionati in questa edizione del 2018. Un film semplice e fortemente intimo che lascia allo scorrere della vicenda il tempo giusto per diventare esperienza di vita.

Quando la sedicenne Josephine scopre di essere incinta, decide di dormire con il laconico Norge e rivelargli che è il padre. Da quel momento, le domande su responsabilità e impegno diventeranno sempre più importanti nel rapporto tra i due giovani. Per il suo esordio cinematografico, Kasper Rune Larsen dipinge un ritratto percettivo di giovani con profondo rispetto per i loro desideri e le loro paure, i loro errori e desideri.

Una storia semplice

“Per il coraggio della semplicità, la scrittura invisibile, la sincerità, il racconto di un amore senza romanticismo, perché sa parlare di sentimenti senza sentimentalismi. Infine, per l’ottima realizzazione del nulla, il premio del concorso internazionale lungometraggi va a Denmark di Kasper Rune Larsen”

Queste le motivazioni della giuria composta da Mitra Farahani, Susanna Nicchiarelli (regista del pluripremiato “Nico, 1988” e Mauro Pagani. Sono motivazioni e argomentazioni che possono essere condivise.

La storia di “Denmark” è estremamente semplice anche se tratta di argomenti che non sono proprio facilissimi. In una realtà giovanile fortemente individualista e disgregata che fatica a trovare un senso comune e comunitario di vita, la gravidanza inaspettata, il sotterfugio, l’amore sincero, la paura e l’apatia si mescolano.

Una vita complicata

La vita di Norge è tanto semplice nello svolgimento delle consuete azioni quotidiane quanto complicata dalla solitudine, dalla svogliatezza e dal non avere un obiettivo concreto. Josephine è un’ulteriore complicazione di chi, in realtà non vuole avere legami, di chi non vuole avere nessun tipo di affari poco semplici.

La responsabilità di un figlio, anzi di una gravidanza si fa, in questo caso, avviso di vita che deve effettuare quel passaggio dall’adolescenza all’età adulta. Questo passaggio viene vissuto in maniera diversa dai due anche se, sostanzialmente c’è un sentimento di fondo legato all’apatia e quasi alla noncuranza che è solo paura di perdere quel poco che si ha e dire la cosa sbagliata, e fare qualche errore.

C’è del marcio in Danimarca

Per tutto il film non conosciamo né la famiglia di Josephine né quella di Norge. In questo meccanismo di gravidanza inattesa le famiglie son distanti, mai nominate. In perfetto contrasto con film nostrani come “Piuma” per esempio, i rapporti famigliari non intervengono, specchio forse, di una realtà giovanile sociale danese profondamente diversa da quella mediterranea.

Non necessariamente è un male, anzi, il film fa leva sui due protagonisti e rafforza quelle che saranno le loro decisioni e la loro costruzione di un amore. Una relazione semplice e spontanea resa ancor meno costruita dalla tecnica di regia adottata da Kasper Rune Larsen. Le riprese non sono mai iniziate con il copione. Il regista ha iniziato sempre con qualche minuto di conversazione in scena con gli attori. Solo quando il cast sarebbe stato a proprio agio, solo allora ha lasciato che il copione diventasse la traccia guida sulla quale le frasi, gli atteggiamenti spontanei avrebbero costruito la scena stessa.

Il risultato è un film che fa della spontaneità la sua arma migliore con anche una complicità tra i due attori fuori dal comune. Frederikke Dahl Hansen (Josephine) e Jonas Lindegaard Jacobsen (Norge) sono ben affiatati e c’è molta alchimia tra loro oltre a interpretare molto bene la loro parte.

Voto: 6,8

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