Nelle Pieghe del Tempo

Recensione in anteprima – Ava DuVernay torna al cinema dopo l’acclamato “Selma – La strada per la libertà” e lo fa con un film Disney che porta sul grande schermo il romanzo omonimo di Madeleine L’Engle. Un film non propriamente riuscito. Al cinema dal 29 marzo.

Meg Murray (Storm Reid) ha quattordici anni, è figlia di due fisici di fama mondiale e sorella di Charles Wallace (Deric McCabe), un ragazzino prodigio. Suo padre Alex Murray (Chris Pine) è scomparso ormai da quattro anni, proprio mentre era alle prese con lo studio del tesseract, un cubo dimensionale che permette il viaggio nel tempo attraverso le sue pieghe. Nel giorno del quarto anniversario della scomparsa del padre, Meg e Charles Wallace, con il loro amico Calvin (Levi Miller) fanno la conoscenza di tre donne: la Signora Cos’è (Reese Witherspoon), la Signora Chi (Mindy Kaling) e la Signora Quale (Oprah Winfrey). Accompagnati da queste bizzarre guide, i ragazzi si imbarcano in un’avventura per ritrovare il padre di Meg, e fermare “Lui”, una forza oscura che minaccia di distruggere l’intera galassia.

La pellicola di Ava DuVernay (“Selma – La strada per la libertà”) è tratta dall’omonimo romanzo di Madeleine L’Engle del 1963 che fa da apripista ad una saga sci-fi per ragazzi. Non è la prima volta che la Disney cerca di portare la storia in sala cinematografica, c’era stato un altro tentativo nel 2003 (“Viaggio nel mondo che non c’è”) che era però finito per diventare un film per la TV, tra l’altro pesantemente criticato dall’autrice, allora ancora in vita.

In generale c’erano grandi aspettative sul film, un po’ per la massiccia campagna di marketing operata dalla Disney, un po’ perché la regista afro-americana, reduce dall’acclamato successo di “Selma – La strada per la libertà”, è diventata la prima donna alla direzione di un film ad alto budget, e poi perché da un cast così ci si può aspettare solo roba grossa… invece l’impressione, quando finalmente compaiono i primi titoli di coda è quella di una liberazione.

La storia originale risulta appiattita, vittima di una sceneggiatura banale, sembra non decollare mai, porta solo ad un susseguirsi di azioni e dialoghi meccanici, prevedibili e poveri di significato; i personaggi aridi, privi di caratterizzazione sono portati in scena con una recitazione sciatta e monocorde, si percepisce un tentativo della Witherspoon di emergere dal piattume, ma il risultato è semplicemente un personaggio più antipatico, sopra le righe, senza una precisa motivazione. Come se non bastasse, tutto questo è propinato allo spettatore con una lentezza indescrivibile, soprattutto nei dialoghi ricchi di retorica quanto poveri di contenuto.

Unica nota positiva sono le scenografie, i costumi (sui quali non si può obiettare nulla) e la fotografia. I colori dei paesaggi, le ambientazioni di fantasia, i fronzoli dei vestiti e il trucco piuttosto eccentrico delle tre guide, ci rammentano che l’occhio vuole sì la sua parte, e meno male, altrimenti non ci sarebbe nulla di salvabile in questi tediosi 109 minuti.

Le tematiche affrontate sono quelle che si trovano in un qualsiasi film per ragazzi: scontro tra bene e male, bullismo, non accettazione di se stessi, rapporto genitori-figli, e via dicendo. E forse il problema è che di tutti questi ingredienti mescolati goffamente, nessuno viene esaltato, anzi tutti vengono ridotti all’estrema semplicità, contribuendo nuovamente a dare un sapore insipido e mediocre al risultato finale, senza dimenticare la sorprendente ciliegina sulla torta: la soluzione universale è l’amore.

Mi costa non poca fatica ammetterlo, ma questa volta, cara Disney, non ci siamo proprio.

Voto: 5

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