Jusqu’à la garde

Recensione in anteprima – Venezia 74 – In concorsoXavier Legrand debutta nella regia di lungometraggi dopo 4 anni dal suo corto nominato agli Oscar nel corso dell’edizione del 2014. Un buon esordio incentrato sul tema della violenza domestica con un finale perfetto.

I coniugi Besson divorziano. Nel tentativo di proteggere il figlio dalle violenze del padre, Miriam ne chiede la custodia esclusiva. La giudice incaricata di decidere non crede alle accuse della donna e accorda una custodia condivisa. Ostaggio dei ricatti e delle minacce dei due genitori, il piccolo Julien dovrà fare il possibile per non far precipitare la situazione.

Xavier Legrand esordisce nel campo della regia di lungometraggi con un film che abbraccia un tema molto sentito in tutti i paesi. La violenza domestica di un padre che non accetta la separazione dai figli e, in parte dalla moglie reagendo così in malo modo alla situazione. Tanto il tema é importante tanta é la paura di poter sbagliare approccio e incorrere in banalità.

Il regista, in questo film non assume il punto di vista né del padre né della madre. Vediamo tutto, o quasi dal punto di vista del piccolo Julien, l’undicenne che non vuole stare con il padre, che chiama suo padre “Quello” (in realtà in francese é “L’autre” cioé “l’altro” ma il senso , ai fini del film, non cambia). E’ il punto nevralgico della situazione di rottura di una famiglia che, forse, un giorno era anche felice. E’ anche l’anello più debole e l’unico anello ormai che lega il padre Antoine alla moglie Miriam e a tutta la famiglia.

Si inizia subito con un confronto a 5, Antoine, Miriam, i loro avvocati e la giudice. 10 minuti che non sono per niente pesanti nonostante le lunghe dichiarazioni di ogni soggetto, alcune delle quali lette. Lo spettatore inquadra la situazione e si fa un’idea. Con un buon ritmo assistiamo poi a un’ora circa di angherie di Antoine nei confronti di Miriam tutte volte a spiare, indagare sulla famiglia che non é più sua nel tentativo estremo, ma violento di tornarne a far parte.

 

C’é una bella caratterizzazione dei diversi personaggi, soprattutto con un Julien, il bambino interpretato molto bene da Thomas Gioria, che risulta credibile e molto ben diretto. La sceneggiatura asciutta e la durata, poco più di 90 minuti rendono il film molto semplice da seguire nonostante l’angoscia e l’impotenza che viene trasmessa in sala.

Una citazione dovuta va al finale. Gli ultimi 20 minuti, violenti, claustrofobici, quasi “alla Shining” sono ben costruiti e con i giusti ritmo. Si finisce così come ci si aspetta finisca e questo non é un male anzi. Non esistono altre informazioni oltre quella che decreta la fine della vicenda, non abbiamo bisogno di sapere cosa avviene ai diversi personaggi nei giorni o mesi successivi e il regista lo sa. Buon film.

Voto: 6,3

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Giuseppe Bonsignore

Fondatore di Cinematik.it nel lontano 1999, appassionato di Cinema occupa il suo tempo impiegato in un lavoro molto molto molto lontano da film e telefilm. Filmaker scadente a tempo perso, giornalista per hobby, recensore mediocre, cerca di tenere in piedi la baracca. Se non vede più di 100 film (al cinema) all'anno va in crisi d'astinenza.
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