Il primo Re

Recensione – Ambientata nel 753 a.C., anno di fondazione di Roma, la pellicola è una rivisitazione del mito di Romolo (Alessio Lapice) e Remo (Alessandro Borghi). Il nuovo film di Matteo Rovere sorprende per bellezza e profondità scegliendo un linguaggio visivo e linguistico poco comune. 

Davvero “Il primo re” è solo un semplice film sulle origini di Roma? 

Personalmente, ma è solo un mio giudizio, l’inizio mi è parso lento, un po’ faticoso, a cui va ad aggiungersi anche l’uso dei sottotitoli per la traduzione del protolatino.

Va, in effetti, fatta una premessa: per dare più veridicità e realismo al racconto il regista (Matteo Rovere) aveva pensato alla possibilità di far recitare gli attori in latino classico, ma il latino che si studia ora nei licei è una lingua cosiddetta cristallizzata, ovvero slegata dall’uso quotidiano, dunque si è pensato al protolatino, un idioma costruito da linguisti e glottologi di cui non abbiamo testimonianza (idea che non può non richiamare la scelta dell’aramaico in La passione di Mel Gibson).

Questa scelta però rende i dialoghi incomprensibili accompagnati da grugniti, da urla, da mugugni e dal digrignare dei denti di questi uomini che rappresentano una bestialità primordiale. Lo scenario è tetro, sporco, oscuro, pieno di nebbia e fuoco.

Una volta superata l’ardua impresa di calarsi in questa storia senza tempo tutto diventa sorprendentemente tangibile: c’è tanto simbolismo e profondità, ci sono richiami mitici e arcaici a parole chiave quali fratellanza-unione e divisione-guerra. 

La fratellanza

Questa fratellanza rotta non può non far riaffiorare rimembranze bibliche come la storia di Caino e Abele o quella di Esaù e Giacobbe (i quali sono anch’essi gemelli come Romolo e Remo). Il patto della primogenitura si rompe a causa del sangue versato da Caino, che, tradizionalmente ha sempre rappresentato la ‘bruttezza’ in contrapposizione alla ‘bellezza’ di Abele. La forza bruta vince il debole inizialmente, ma questa legge si capovolge quando l’astuzia di Giacobbe inganna Esaù che gli consegna la primogenitura.

I secondi però riescono a far prevalere l’unione alla divisione grazie al fuoco, alias il sacro, che li unisce. Questa parentesi non è un volo pindarico ma è il bifrontismo presente in questi Romolo e Remo. Nel film Romolo è un Abele, ma è anche l’assassino del fratello.

Romolo uccide Remo, perché il personaggio, oramai completamente annichilito sia spiritualmente che fisicamente, vuole superare il cerchio circondato dal fuoco sacro; in altre parole Remo, rinnegando la dea/il dio (rappresentato dal fuoco), vuole oltrepassare i limiti del sacro ai quali Romolo aveva tracciato un confine.

Anche questo fuoco è ambivalente perché per Romolo rappresenta la dea, il dio, il sacro, mentre per Remo il fuoco è superstizione e ciò che porterà alla loro distruzione.

Spunti di riflessione

Ho amato questo film perché lancia tanti spunti di riflessione e forse porta lo spettatore a capire che in fondo le ragioni dei due gemelli sono entrambi comprensibili.

La religio in latino è <religione>, la giusta traduzione è <superstizione>.

Il fuoco è sia sacro che maledetto, perché secondo me si vuole far capire che dipende da come viene utilizzato: Romolo battezza una giovane vestale con grande passione e fiducia nella custodia del fuoco, invece Remo darà fuoco all’accampamento. Mentre il primo cerca di riaccendere il fuoco per far rinascere il sacro, il secondo lo lascia paradossalmente spegnere dopo averlo usato per bruciare tutto.

Anche il rapporto tra la prima vestale e la seconda in rapporto ai due fratelli andrebbe approfondito, però quanto detto sono tutte ipotesi e mie interpretazioni.

Sono convita però che sia proprio questo l’obiettivo del regista: lasciare tanti spunti e echi arcani che si odono in una scia di primordiali parole chiave: fratelli, fuoco, superomismo, sacro, brutalità…. Purtroppo c’è poco spazio per ciò che è bello, ma questa bellezza la si può ritrovare nell’intensità e nell’amore e odio ineffabile degli sguardi che si scambiano i vari personaggi.

Un film che, se non viene visto con superficialità, emana una bellezza misteriosa pur in uno scenario di fango, sporcizia e infernalità. 

Voto: 8

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