Recensione – Venezia 2025 – In concorso – Con Elisa, presentato in Concorso alla 82ª Mostra del Cinema di Venezia, Leonardo Di Costanzo firma il suo film più intimo e destabilizzante. Dopo Ariaferma, che esplorava le dinamiche collettive di un carcere, il regista sceglie di restringere il campo: non più un gruppo, ma un solo volto, un’unica coscienza che si misura con il peso insostenibile della colpa. Al cinema dal 4 settembre.
Barbara Ronchi: un corpo ferito che parla
Elisa Zanetti, interpretata da una straordinaria Barbara Ronchi, è una donna di 35 anni condannata per l’omicidio della sorella maggiore. Un delitto senza movente, avvolto da una memoria che rifiuta di riemergere, come se la protagonista fosse intrappolata in un buco nero interiore.
La forza del film risiede nella sua interprete principale. Ronchi restituisce Elisa con un’interpretazione scavata, fatta di silenzi, sguardi e pause che diventano più eloquenti di qualsiasi parola. La sua Elisa è enigmatica, fragile e insieme impenetrabile, capace di tenere lo spettatore sospeso fra repulsione e compassione. Accanto a lei, Roschdy Zem veste i panni del professor Alaoui, criminologo che tenta di decifrare la protagonista attraverso un percorso di memoria e confronto. L’incontro tra i due si traduce in un corpo a corpo psicologico che è il cuore pulsante del film.

La regia dell’assenza
Di Costanzo sceglie una regia sobria e asciutta, affidata alla fotografia rigorosa di Luca Bigazzi, che privilegia spazi chiusi e luce rarefatta. Il carcere, più che luogo fisico, diventa un non-luogo interiore: il vero spazio drammatico è quello della mente di Elisa. Montaggio e sceneggiatura si piegano al ritmo di dialoghi tesi e silenzi carichi, in un tempo che sembra dilatarsi per permettere alla memoria di riemergere a brandelli. Non c’è mai compiacimento nel racconto del crimine, ma uno sguardo etico che si concentra sul dopo, sulle conseguenze invisibili e sulle ferite che non guariscono.
Con Elisa, Di Costanzo conferma la sua poetica del silenzio e dell’attesa. Se L’intervallo indagava la giovinezza in un contesto sospeso e Ariaferma raccontava il tempo immobile di una prigione, qui l’attenzione si sposta radicalmente all’interiorità, a un labirinto emotivo che si fa film. Un cinema anti-spettacolare, rigoroso e denso, che trova nella partecipazione a Venezia la cornice ideale per aprire un dibattito che va oltre la cronaca e si spinge nel cuore oscuro dell’animo umano.
Voto: 7,8