Recensione in anteprima –Pierfrancesco Diliberto (in arte Pif) firma la sua quinta opera da regista. Una commedia umana che trasforma il conflitto interiore in incontro, dialogo e possibilità. Trasposizione cinematografica dell’omonimo romanzo dello stesso autore, il film unisce ironia, spiritualità e quotidianità siciliana, e pur con qualche imperfezione risulta sorprendentemente divertente ed equilibrato. Al cinema dal 2 aprile 2026.

Una storia di scetticismo che diventa rivelazione

Arturo (interpretato da Pif, anche regista e sceneggiatore del film) è un agente immobiliare di successo, siciliano fino al midollo, che ha trasformato la sua passione per i dolci tipici in una rubrica social seguitissima. Da anni ha archiviato la questione religiosa come

“una gran min**iata”:

non mette piede in chiesa da quattro decenni e ha eletto il cannolo a unica manifestazione terrena del divino.

La sua vita procede così, tra sarcasmo e zuccheri, finché non incontra Flora Guarneri (Giusy Buscemi), erede di una storica pasticceria e fervente cattolica. Il loro incontro è immediatamente magnetico, complice la comune adorazione per cassate e sciù. Ma Flora vive la fede con sincerità e disciplina: messa ogni domenica, processione pasquale nei panni della Madonna, un rapporto con il sacro che Arturo non comprende e da cui si sente lontanissimo.

Per un po’ l’uomo si finge credente, barcamenandosi tra rosari improvvisati e goffi tentativi di mimetizzazione spirituale. Ma il gioco non può durare. È qui che il film cambia pelle: un vassoio di 35 sciù diventa il tramite per un’apparizione inaspettata. Nientemeno che Papa Francesco (Carlos Hipólito) si manifesta ad Arturo, non per giudicarlo, ma per offrirgli una visione diversa della fede, più umana, più accessibile, più imperfetta.

Interpretazioni solide, qualche limite narrativo

Pif costruisce un Arturo credibile, ironico e vulnerabile, un uomo che si scopre improvvisamente piccolo davanti a domande che aveva sempre evitato. La sua performance è misurata, capace di alternare comicità e smarrimento senza mai scadere nella caricatura. E’ quell’Arturo sempre presente, come nome, nei romanzi dello scrittore Pif e nei film del regista Pif, così come il nome Flora, stessi nomi, personaggi diversi.

Giusy Buscemi offre una Flora impegnata, luminosa, sincera, mai stereotipata: la sua fede non è un macigno morale, ma un modo di stare al mondo. La chimica tra i due funziona, soprattutto nei momenti in cui il film lascia spazio alla sincerità, all’affetto, all’attrazione e all’amore.

Carlos Hipólito, nei panni del Papa, porta una presenza sorprendentemente delicata, quasi sospesa. Le sue scene con Arturo sono tra le più riuscite, capaci di mescolare leggerezza e profondità. La figura di Papa Francesco, da poco scomparso nella realtà, porta agli spettatori credenti quel tuffo al cuore di affetto e nostalgia per una figura buona, umana che interpretato in modo benevolo, amorevole e convincente il suo ministero in terra.

Il resto del cast — da Domenico Centamore a Stefania Blandeburgo, da Aurora Quattrocchi a Francesco Scianna — contribuisce con naturalezza a costruire un mondo credibile, anche se la centralità della coppia protagonista lascia poco spazio allo sviluppo dei personaggi secondari.

Regia e immagini per una spiritualità sotto esame

Pif sorprende con una regia più matura rispetto ai suoi lavori precedenti. Alterna realismo e momenti di lieve sospensione, quasi fiabeschi, senza mai perdere il contatto con la Sicilia reale: le strade, le case, le pasticcerie, i riti collettivi. La sua sceneggiatura, pur semplice nella struttura, trova forza nella capacità di far convivere ironia e introspezione, senza mai deridere la fede né santificare lo scetticismo.

Una prima parte divertente fa spazio poi a una seconda parte che via via mostra il fianco a un discorso sulla religione e la fede che si arrovella un po’ troppo facendo diventare il film meno scorrevole. A differenza di altri film del regista, questo “Che Dio perdona a tutti” presenta solo un accenno di discorso politico e sulla presenza della mafia in Sicilia. “La mafia uccide solo d’estate” rimane l’opera più compiuta, solida, divertente e poetica di Pif

La fotografia di Guido Michelotti valorizza i colori caldi dell’isola e la dimensione intima dei dialoghi, mentre il montaggio di Giogiò Franchini mantiene un ritmo che, pur con qualche rallentamento, accompagna bene l’evoluzione emotiva dei personaggi. La scenografia di Marcello Di Carlo e i costumi di Cristiana Ricceri costruiscono un universo riconoscibile, fatto di tradizione, devozione e zucchero a velo. Il reparto trucco, guidato da Gaia Gaudesi e Barbara Pellegrini, contribuisce con naturalezza alla caratterizzazione dei personaggi.

Un’opera che crede nella possibilità di cambiare

Che Dio perdona a tutti è un film che parla di fede, di amore e di identità. Non è perfetto: alcune sequenze si dilatano più del necessario e certi passaggi narrativi risultano un po’ prevedibili. Ma è sincero, affettuoso, capace di trasformare un conflitto personale in un percorso di apertura.

È un’opera che crede nella possibilità di cambiare, di rimettersi in discussione, di trovare un punto d’incontro tra mondi apparentemente inconciliabili. In un’epoca di polarizzazioni, il film sceglie la via più semplice e più difficile: il dialogo. E il dialogo porta a mettersi in discussione e a non lasciarsi andare a ipocrisie e mode.

Una commedia che, pur non rivoluzionando il genere, riesce a lasciare un segno grazie a umanità e divertimento, con un tocco nel sociale.

Voto: 7,2

Di Giuseppe Bonsignore

Fondatore di Cinematik.it nel lontano 1999, appassionato di Cinema occupa il suo tempo impiegato in un lavoro molto molto molto lontano da film e telefilm. Filmaker scadente a tempo perso, giornalista per hobby, recensore mediocre, cerca di tenere in piedi la baracca. Se non vede più di 100 film (al cinema) all'anno va in crisi d'astinenza.

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *