Recensione in anteprima – Venezia ’26 – In concorso – Naza è uno di quei documentari che costringono lo spettatore a confrontarsi con una realtà che preferirebbe non vedere. Presentato in concorso alla Mostra Internazionale d’arte cinematografica di Venezia e premiato con il Premio Speciale della Giuria, il film di Yuval Abraham e Rachel Szor affronta una delle questioni più controverse e dolorose del nostro presente attraverso le testimonianze dirette di chi ha partecipato alle operazioni militari. Al cinema dal 28 settembre.
La notte di Tel Aviv
La prima intuizione narrativa di Naza è anche una delle più efficaci. Le testimonianze vengono raccolte sui tetti di Tel Aviv, di notte. Volti alterati, voci modificate, identità protette. Da una parte una città che continua a vivere, illuminata e apparentemente normale. Dall’altra il racconto di ciò che accade a pochi chilometri di distanza. Questo contrasto diventa il motore dell’intero documentario.
I due registi costruiscono immagini essenziali ma potentissime. Non c’è bisogno di spettacolarizzare nulla. Il semplice alternarsi tra la quotidianità urbana e le confessioni degli intervistati genera una tensione continua. Lo spettatore osserva una normalità che convive con l’eccezionalità della guerra, una vita ordinaria che procede mentre vengono raccontate procedure operative, algoritmi, bersagli e bombardamenti.
La scelta dell’anonimato conferisce ulteriore forza ai racconti. I testimoni non diventano personaggi riconoscibili, ma frammenti di un sistema più grande. Non interessa la singola biografia. Interessa comprendere il funzionamento della macchina. Ed è proprio questa trasformazione dell’individuo in meccanismo che rende il documentario così inquietante.

Quando il linguaggio nasconde la realtà
Il titolo del film contiene già una delle sue chiavi di lettura principali. “Naza” deriva dall’acronimo militare associato al concetto di “danno collaterale”. Una definizione apparentemente tecnica, quasi amministrativa, che il documentario smonta progressivamente mostrando ciò che si nasconde dietro le parole. Uno degli aspetti più impressionanti dell’opera riguarda infatti il linguaggio.
Le testimonianze raccontano sistemi informatici, procedure, percentuali di errore, statistiche e protocolli operativi. Tutto viene espresso attraverso termini apparentemente neutri. Ma più il documentario procede, più emerge una domanda inquietante: cosa succede quando la morte viene descritta esclusivamente attraverso categorie burocratiche e “danni collaterali”?
Le spiegazioni relative ai sistemi di intelligenza artificiale utilizzati per identificare bersagli, alle quote di vittime civili considerate accettabili e alle cosiddette “zone di annientamento” non vengono presentate con enfasi polemica. Sono i racconti stessi a generare sgomento. Il merito dei registi consiste proprio nell’evitare la retorica. Non servono effetti drammatici, musiche manipolatorie o commenti aggressivi. È la freddezza delle procedure descritte a produrre il maggiore impatto emotivo.
Lo spettatore si trova così a confrontarsi non soltanto con gli effetti della guerra, ma con il processo mentale che permette di trasformare esseri umani in numeri e numeri in obiettivi. L’atto di uccidere innocenti in un videogioco (viene definito così da alcuni intervistati) divertente.

Meno lacrime, più rabbia
Molti documentari scelgono di coinvolgere il pubblico attraverso l’identificazione emotiva. Naza percorre una strada diversa. Il confronto con il bellissimo e toccante La voce di Hind Rajab, altro film che ha affrontato la realtà del conflitto e che aveva profondamente colpito pubblico e critica (vincitore morale di Venezia ’25), viene quasi spontaneo. Lì dominava il dolore immediato e la commozione. Qui prevale qualcosa di differente.
Naza è meno commovente. Ed è una scelta che si rivela efficace. L’opera suscita soprattutto rabbia. Una rabbia lucida, crescente, alimentata dalla sensazione di assistere a pratiche che appaiono prive di qualsiasi forma di empatia e ricolme di violenza, rabbia e odio gratuito. Non si esce dalla sala piangendo. Si esce con un senso profondo di impotenza.
Più volte durante la visione emerge infatti la frustrazione di chi osserva eventi enormi e apparentemente incontestabili senza poter intervenire. Il film colpisce proprio perché elimina qualsiasi distanza rassicurante. Non racconta un passato remoto. Non parla di eventi ormai conclusi e archiviati dalla storia. Porta sullo schermo una tragedia percepita come contemporanea e ancora aperta. È probabilmente questo l’aspetto che rende Naza così difficile da ignorare.

Un documentario necessario
Da un punto di vista strettamente cinematografico, Naza non è un’opera perfetta. La struttura è estremamente rigorosa e talvolta persino ripetitiva. Alcuni spettatori potrebbero percepire una certa uniformità nella costruzione narrativa, dovuta anche alla natura stessa del materiale raccolto. Il film vive principalmente di testimonianze e non sempre introduce variazioni significative nel ritmo.
Ma questi limiti diventano secondari rispetto all’importanza del progetto. Yuval Abraham e Rachel Szor hanno realizzato un documentario che svolge una funzione precisa: raccogliere, conservare e rendere pubbliche testimonianze che difficilmente troverebbero spazio altrove. Il fatto che l’opera abbia generato reazioni tanto violente nei confronti dei suoi autori da parte delle autorità politiche israeliane conferma quanto il contenuto affrontato sia percepito come scomodo e rilevante.
Il Premio Speciale della Giuria appare pienamente giustificato. Non tanto per un virtuosismo formale, quanto per il coraggio e la forza del lavoro d’indagine e far riaffiorare le ingiustizie che subisce ogni giorno il popolo palestinese.
Naza non cerca di offrire conforto. Non promette soluzioni. Non concede allo spettatore la possibilità di sentirsi migliore una volta terminata la proiezione. Chiede soltanto di guardare dove in pochi guardano, di ascoltare verità che pochi ascoltano.
E in un tempo in cui l’abitudine al flusso continuo di immagini rischia di renderci indifferenti a tutto, questa richiesta diventa forse il gesto più radicale che un documentario possa compiere.
Voto: 8,3