Recensione in anteprima – Santiago. Un cammino per ricominciare è uno di quei film che sembrano semplici nella struttura ma che nascondono una sorprendente ricchezza emotiva. Yann Samuell utilizza la formula ormai collaudata della commedia drammatica francese per affrontare temi difficili come l’abbandono, la rabbia adolescenziale, il fallimento educativo e la ricerca di un nuovo inizio. Al cinema dal 24 settembre.

Ogni passo è una seconda possibilità

La forza del film è racchiusa fin dal suo punto di partenza. Fred (Alexandra Lamy) è un’insegnante sospesa dal servizio dopo una reazione incontrollata verso una studentessa. La sua vita privata è altrettanto fragile: il rapporto con il marito è in crisi e il dialogo con la figlia sembra essersi progressivamente sgretolato. Dall’altra parte c’è Adam (Julien Le Berre), diciassette anni, una lunga serie di problemi disciplinari, un passato di abbandono e una rabbia che finisce continuamente per trasformarsi in violenza.

Per lui il Cammino di Santiago rappresenta l’ultima possibilità concessa dalla giustizia prima del carcere. Il film costruisce la propria narrazione su un’idea molto semplice: due persone che pensano di accompagnare qualcun altro scoprono invece di essere loro ad aver bisogno di essere salvate. Quella che inizialmente appare come una misura educativa alternativa diventa progressivamente un confronto costante con le proprie fragilità.

Ogni tappa del cammino spoglia i protagonisti delle loro difese e li costringe a misurarsi con ciò che cercano disperatamente di evitare. Yann Samuell dimostra intelligenza nel non trasformare questa premessa in una lezione morale. Il film non distribuisce colpe e non cerca facili assoluzioni.

La Francia e il racconto del dolore

Da anni il cinema francese eccelle in una formula apparentemente semplice ma molto difficile da padroneggiare: mescolare commedia e dramma senza svilire né l’una né l’altro. Santiago appartiene perfettamente a questa tradizione. Le situazioni comiche nascono dai caratteri dei personaggi, dalle loro differenze e dagli inevitabili incidenti lungo il percorso. Non servono a interrompere il dramma, ma a renderlo più umano.

Il film affronta questioni estremamente complesse: il disagio adolescenziale, la fragilità educativa, il senso di fallimento degli adulti e la difficoltà di comunicare. Eppure riesce quasi sempre a evitare la banalizzazione. Particolarmente riuscita è la rappresentazione di Adam. Il giovane protagonista non viene mai definito esclusivamente dai suoi errori. Dietro gli atteggiamenti aggressivi emerge gradualmente un ragazzo che soffre soprattutto per un sentimento profondo di abbandono.

Durante la visione torna costantemente alla mente una frase pronunciata in “15/18” un altro recente film francese dedicato all’adolescenza difficile: «Noi non siamo malati, siamo solo poco amati.» Pur non appartenendo a Santiago, questa frase sembra descrivere perfettamente il cuore del personaggio. Adam non è il simbolo della devianza giovanile. È un ragazzo che cerca disperatamente qualcuno che scelga di restare.

Il cammino come paesaggio dell’anima

Chi ha percorso il Cammino di Santiago riconoscerà immediatamente luoghi, atmosfere e sensazioni. Il film restituisce con autenticità la dimensione fisica dell’esperienza: la stanchezza, i chilometri, i silenzi, la ripetizione quotidiana del gesto del camminare. Ma la vera intuizione sta nel trasformare il percorso geografico in una metafora esistenziale. Ogni passo diventa un movimento interiore.

Fred cammina per cercare di ricostruire un’identità che si sta sgretolando. Adam cammina nel tentativo di placare una rabbia che non riesce a controllare. Entrambi scoprono che il viaggio non consiste nel raggiungere una destinazione, ma nel comprendere ciò che li ha portati fin lì. In questo contesto assume particolare importanza la dimensione spirituale del racconto. Il film non impone mai una lettura religiosa, ma lascia che la fede emerga attraverso i luoghi, gli incontri e le tradizioni del pellegrinaggio.

Le cattedrali, i monasteri, i canti dei monaci e i pellegrini incontrati lungo la strada diventano parte di un processo di trasformazione più ampio. Soprattutto, emerge continuamente la figura di Maria. Maria è la madre che Adam cerca. La donna la cui assenza ha contribuito a definirlo. Ma è anche la figura simbolica che attraversa tutto il pellegrinaggio cristiano. Questa sovrapposizione tra la madre concreta e la Madre spirituale costituisce uno degli aspetti più delicati e riusciti della sceneggiatura.

La commovente preghiera rap che Adam dedica a Maria rappresenta uno dei momenti più significativi dell’opera, perché riesce a fondere rabbia, fede, dolore e speranza senza risultare artificiale.

Una coppia cinematografica che funziona

Gran parte del successo del film dipende dalla dinamica tra i due protagonisti. Alexandra Lamy costruisce una Fred credibile, mai idealizzata, a tratti persino antipatica nelle sue rigidità. La vera rivelazione, tuttavia, è Julien Le Berre. La sua interpretazione possiede un’autenticità rara. Riesce a essere aggressivo e vulnerabile, ironico e disperato, senza mai dare l’impressione di recitare una maschera sociale. Adam diventa una persona prima ancora che un personaggio.

Naturalmente non tutto funziona allo stesso livello. Alcuni passaggi della sceneggiatura sono prevedibili e certi sviluppi possono essere intuiti con largo anticipo. In alcuni momenti il film segue percorsi già esplorati da molte opere dedicate alla redenzione personale. Ma questi limiti non compromettono il risultato complessivo.

Perché Santiago ha una qualità sempre più rara: crede sinceramente nei propri personaggi. Non li usa per sostenere una tesi ideologica né per manipolare lo spettatore. Li accompagna semplicemente lungo un percorso di crescita. Alla fine dei 114 minuti si esce dalla sala con la sensazione di aver assistito non soltanto a un viaggio attraverso la Francia e la Spagna, ma a un percorso di fiducia. Fiducia nella possibilità di cambiare, di ricominciare e di essere finalmente guardati per ciò che si è.

Voto: 7,6

Di Giuseppe Bonsignore

Fondatore di Cinematik.it nel lontano 1999, appassionato di Cinema occupa il suo tempo impiegato in un lavoro molto molto molto lontano da film e telefilm. Filmaker scadente a tempo perso, giornalista per hobby, recensore mediocre, cerca di tenere in piedi la baracca. Se non vede più di 100 film (al cinema) all'anno va in crisi d'astinenza.

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