Recensione – Spider-Man Brand New Day raccoglie l’eredità più dolorosa di Spider-Man No Way Home: Peter Parker è un ragazzo dimenticato da tutti, costretto a salvare un mondo che non sa più chi sia. Destin Daniel Cretton lo spinge verso una maturità più complessa, costruendo un film imperfetto ma ambizioso che prova a ridefinire cosa significhi essere Spider-Man, abbandonando buona parte della leggerezza dei capitoli precedenti. Al cinema dal 29 luglio.

L’uomo che nessuno ricorda

Dopo aver fatto dimenticare al mondo la sua vera identità, con l’aiuto del Doctor Strange, Peter Parker (Tom Holland) ha ripreso la carriera di Spider-Man, questa volta in modo del tutto solitario, con il solo appoggio dell’intelligenza artificiale E.V. Dopo aver sconfitto vari criminali, aver ridotto il crimine a New York, aver ottenuto la simpatia dei cittadini e pure delle forze dell’ordine, Spider-Man si trova di fronte a una nuova minaccia: una entità capace di possedere le persone.

Inoltre, sul fronte privato, Peter Parker si imbatte nell’amico Ned (Jacob Balaton), ritornato da Boston insieme a MJ (Zendaya). Nonostante avesse scelto di non rivelare la propria identità, lo segue a un party nel suo nuovo appartamento e qui si rende conto di aver perso, forse per sempre, qualcosa di estremamente prezioso. Nel frattempo, i poteri di Spider-Man iniziano a funzionare in modo anomalo e presto Peter si trova a cercare di combattere una sconcertante evoluzione.

La perdita dell’identità non è un espediente narrativo, ma il motore emotivo del film. Peter vive una libertà che coincide con una solitudine estrema: New York ama l’eroe, ma ignora completamente il ragazzo dietro la maschera. È il primo capitolo che mostra davvero le conseguenze dell’età adulta, dove le decisioni non possono più essere alleggerite da una battuta o da una soluzione miracolosa.

La solitudine diventa una scelta e una condanna. Per proteggere MJ, Ned e chi ama, Peter si convince che l’anonimato sia l’unica strada possibile. Il film insiste su una domanda che attraversa tutto il suo percorso: possiamo decidere per chi amiamo, e fino a che punto? È un interrogativo che accompagna ogni gesto del protagonista, rendendo più evidente il peso delle sue scelte e la fragilità che ne deriva.

Peter o Spider-Man?

Il conflitto centrale non è solo con il villain, ma anche con sé stesso. Le responsabilità dell’eroe divorano la vita privata, ridotta a frammenti. Il film mette in discussione l’idea del sacrificio totale: prendersi cura degli altri non significa annullarsi. È una riflessione più adulta rispetto ai capitoli precedenti, che mostra come l’ossessione del dovere possa trasformarsi in una forma di autosfruttamento, dove il valore personale sembra dipendere solo da ciò che si fa per gli altri.

Tom Holland interpreta un Peter più consapevole e più vulnerabile, finalmente in linea con l’età dell’attore. In questo percorso assume peso anche Yelena Belova (Florence Pugh). Non è una guida salvifica né un personaggio centrale, ma una presenza che riconosce la spirale in cui Peter sta scivolando.

I loro pochi dialoghi non servono a far avanzare la trama: servono a mettere in discussione le sue convinzioni. Yelena conosce il peso della perdita e delle scelte fatte per conto di altri, e proprio per questo diventa una delle poche figure capaci di vedere il rischio di un’identità costruita solo sul sacrificio. La loro dinamica funziona perché nasce da cicatrici condivise, non da ruoli complementari, e aggiunge un ulteriore livello emotivo al percorso del protagonista.

Un nemico senza volto

L’antagonista resta a lungo indefinito e senza volto, e quando finalmente emerge rivela un intento più ampio: rappresentare un male diffuso, sociale, non un semplice avversario spettacolare. Il film amplia il dialogo con il Marvel Universe, inserendo volti noti come Hulk (Mark Ruffalo) e Frank Castle (Jon Bernthal) senza trasformarli in cameo gratuiti.

Sono presenze che ricordano a Peter di appartenere a una comunità, pur sentendosi irrimediabilmente isolato. La loro funzione è quella di suggerire che il mondo attorno a lui continua a muoversi anche quando lui fatica a trovare un proprio equilibrio. La mancanza di equilibrio lo si trova anche nel particolare personaggio interpretato da una sempre bravissima Sadie Sink. La sua Jean Grey è intensa ed enigmatica allo stesso tempo.

Questa ricchezza, però, appesantisce un po’ la struttura. Brand New Day sembra contenere più film contemporaneamente, con trame che si aprono e chiudono generando un ritmo irregolare. A volte il racconto sembra avviarsi alla conclusione, salvo poi aprire un nuovo blocco narrativo, creando una sensazione di continua ripartenza che può risultare faticosa. Il risultato è un andamento che alterna slanci e rallentamenti, rendendo il percorso narrativo meno lineare.

Meno battute, più cuore, più New York

Il tono è più maturo e meno comico. Le battute ci sono, ma non dominano. La durata si avverte nei passaggi meno dinamici, ma le idee centrali reggono e mantengono coerenza.

Cretton sorprende nella rappresentazione di New York, trattata come un osservatorio emotivo: tetti al tramonto, strade sospese, palazzi che sembrano trattenere il respiro. È una città che riflette il desiderio impossibile di Peter di fermarsi e vivere una vita normale, diventando quasi un’estensione del suo stato d’animo. E’ una città che, quando necessario, si ritrova attorno al supereroe, lo abbraccia e si ridesta nella propria personalità.

Molto efficace anche il linguaggio visivo legato a Spider-Man: la macchina da presa si capovolge con lui, creando immagini che mostrano una prospettiva costantemente alterata. Non è solo estetica: è la metafora di un’esistenza senza equilibrio, di un ragazzo che non distingue più ciò che deve fare da ciò che desidera. Ogni ribaltamento visivo diventa un segnale della sua instabilità interiore, rendendo più tangibile il conflitto che attraversa il film.

Voto: 7,6

Di Giuseppe Bonsignore

Fondatore di Cinematik.it nel lontano 1999, appassionato di Cinema occupa il suo tempo impiegato in un lavoro molto molto molto lontano da film e telefilm. Filmaker scadente a tempo perso, giornalista per hobby, recensore mediocre, cerca di tenere in piedi la baracca. Se non vede più di 100 film (al cinema) all'anno va in crisi d'astinenza.

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