Recensione in anteprima – Venezia ’26 – In concorso –  Ritorno a Buenos Aires arriva nelle sale italiane il 17 settembre dopo il passaggio in concorso alla Mostra del Cinema di Venezia, con il difficile compito di trasformare una delle pagine più oscure della storia argentina in un racconto cinematografico accessibile e coinvolgente. Ne nasce un film solido, rigoroso e importante, che convince più per il suo valore civile che per la forza del suo impianto narrativo.

Il peso di ciò che non passa

I grandi traumi storici hanno una caratteristica comune: non finiscono quando terminano gli eventi che li hanno generati. Continuano a vivere nella memoria, nei sensi di colpa, nelle omissioni e nei silenzi. Ritorno a Buenos Aires costruisce tutta la propria struttura attorno a questa idea.

Mariano Guerra (Adriano Giannini) non è soltanto un uomo che torna in Argentina dopo molti anni. È una persona costretta a ritornare nel luogo in cui la propria identità si è spezzata. Medico torinese trasferitosi a Buenos Aires negli anni Settanta, sopravvissuto alla repressione della dittatura militare e alle torture nei centri clandestini di detenzione, Mariano porta dentro di sé un conflitto che il tempo non è riuscito a risolvere.

La scelta di testimoniare contro i propri aguzzini diventa così qualcosa di molto diverso da un semplice atto processuale. È una resa dei conti interiore. Significa riaprire una ferita mai rimarginata e confrontarsi con decisioni prese in condizioni disumane. Bechis evita il sensazionalismo e costruisce un racconto dominato da una sofferenza trattenuta. La violenza fisica appartiene al passato, ma la sua eco continua a propagarsi nel presente.

Un protagonista che sostiene il film

Se Ritorno a Buenos Aires riesce a mantenere costante l’attenzione dello spettatore, gran parte del merito appartiene ad Adriano Giannini. La sua interpretazione è misurata, fragile e profondamente umana. Mariano Guerra  è un uomo che sembra portare sulle spalle il peso di ogni singolo anno trascorso dalla sua liberazione. Non cerca mai di apparire eroico. Al contrario, il personaggio è definito soprattutto dalle sue esitazioni, dalle sue paure e dalla difficoltà di convivere con ciò che è accaduto.

Giannini restituisce queste sfumature con grande sensibilità, evitando qualsiasi enfasi superflua. Il risultato è un protagonista credibile, capace di trasmettere il dolore senza trasformarlo in spettacolo. Non sorprende, quindi, che la sua prova sia stata premiata a Venezia con il premio Pasinetti come miglior attore. È una di quelle interpretazioni che sorreggono l’intera architettura del film.

Anche il resto del cast si inserisce con naturalezza all’interno del racconto, senza mai cercare di sottrarre centralità alla vicenda umana di Mariano. È proprio grazie a questo lavoro attoriale che il film riesce a superare alcune debolezze della sceneggiatura.

Screenshot

Quando il non detto diventa un limite

Uno dei problemi principali dell’opera riguarda infatti il modo in cui vengono fornite le informazioni allo spettatore. La sceneggiatura sembra spesso dare per acquisiti elementi che molti spettatori potrebbero non conoscere. Il contesto storico della dittatura argentina, il funzionamento della repressione, le vicende dei desaparecidos e persino alcuni aspetti legati al procedimento giudiziario rimangono talvolta sullo sfondo.

L’impressione è che il film dialoghi con un pubblico già informato, rinunciando a costruire alcuni passaggi fondamentali per chi si avvicina per la prima volta a questi eventi. Questo non significa che la storia risulti incomprensibile. Significa però che alcuni snodi emotivi perdono efficacia proprio perché non vengono adeguatamente preparati.

A ciò si aggiungono alcune scene che appaiono forzate rispetto al tono generale dell’opera. Sono momenti isolati e non compromettono l’equilibrio complessivo del racconto, ma emergono abbastanza da interrompere temporaneamente la naturalezza della narrazione. È un peccato perché il materiale di partenza possedeva un enorme potenziale emotivo e storico. Con una maggiore attenzione alla costruzione e alla spiegazione di alcuni passaggi, il film avrebbe probabilmente raggiunto un livello ancora superiore.

Dare un volto alla storia

Nonostante questi limiti, Ritorno a Buenos Aires raggiunge il proprio obiettivo principale. La sua funzione civile è evidente e meritoria. Il film riporta l’attenzione su uno dei periodi più drammatici e meno raccontati della storia argentina contemporanea. Lo fa senza trasformare la tragedia in spettacolo e senza cercare scorciatoie emotive.

Anche la scelta delle location contribuisce alla credibilità dell’opera. Le riprese realizzate tra il Brasile e Torino restituiscono un senso di autenticità che si riflette sull’intera messa in scena. Soprattutto, il film riesce a ricordare che dietro le statistiche e i manuali di storia esistono persone reali. Uomini e donne che hanno continuato a convivere per decenni con ciò che hanno subito.

Non è un film perfetto. Non sempre riesce a coinvolgere quanto dovrebbe e talvolta sembra presupporre conoscenze che il pubblico non possiede. Tuttavia conserva una solidità narrativa e un’importanza culturale che vanno riconosciute. Alla fine della visione resta soprattutto il volto stanco di Mariano Guerra, testimone di una verità che continua a chiedere ascolto. E in tempi in cui la memoria storica rischia spesso di trasformarsi in semplice archivio, non è un risultato trascurabile.

Voto: 7,3 

Di Giuseppe Bonsignore

Fondatore di Cinematik.it nel lontano 1999, appassionato di Cinema occupa il suo tempo impiegato in un lavoro molto molto molto lontano da film e telefilm. Filmaker scadente a tempo perso, giornalista per hobby, recensore mediocre, cerca di tenere in piedi la baracca. Se non vede più di 100 film (al cinema) all'anno va in crisi d'astinenza.

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