Recensione in anteprima – Venezia ’26 – Orizzonti – L’esordio di Anna Foglietta dietro la macchina da presa è un’opera equilibrata sui legami personali e come questi definiscano il proprio io. Presentato in concorso Orizzonti in occasione di Venezia 83 il film ha avuto un riscontro per lo più positivo, grazie anche alle interpretazioni di Rohrwacher e Caprino. Al cinema dal 24 settembre.

La coppia italiana

Erika (Alba Rohrwacher) e Mauro (Guido Caprino) sono una coppia comune e come tante altre, insieme da molti anni e ormai assuefatta a una vita abitudinaria fatta di piccoli rituali, impegni, lavoro e gesti che si ripetono quasi automaticamente. Lei fa la cassiera, lui lavora nell’impresa edile del padre e allena una squadra di calcio di bambini; in mezzo a loro c’è Irene, la figlia che a un certo punto lascia casa per andare a studiare in un’altra città.

Ed è proprio questa assenza, apparentemente normale e inevitabile, a cambiare qualcosa. Quando viene meno quel centro attorno al quale per anni hanno organizzato le proprie giornate, Erika e Mauro si ritrovano improvvisamente più soli, costretti a guardarsi e soprattutto a guardare la vita che hanno costruito insieme. Il film parte da qui e segue il lento emergere di una crisi che forse era già presente ma che la routine familiare aveva tenuto nascosta.

Mostrare ciò che non si può dire

Presentato in concorso nella sezione Orizzonti della Mostra del Cinema di Venezia, Una storia è l’esordio alla regia di Anna Foglietta, che firma anche la sceneggiatura insieme a Tania Pedroni e Matteo Ferri. É interessante che, dopo tanti anni passati davanti alla macchina da presa, la Foglietta abbia scelto per il suo primo film da regista una storia così poco d’impatto. Non cerca l’evento eccezionale e non prova nemmeno a trasformare la crisi di Erika e Mauro in qualcosa di più grande di quello che è: una storia appunto, una delle tante che possono consumarsi dentro una casa senza che da fuori qualcuno se ne accorga.

L’idea alla base del film sembra essere proprio questa: fermarsi a osservare quelle vite che normalmente il cinema non racconta. La regista sceglie infatti un ritmo piuttosto calmo, a tratti volutamente lento, e si prende il tempo di guardare i suoi personaggi mentre fanno cose assolutamente normali. Mangiano, lavorano, guidano, sistemano casa, parlano del più e del meno. Ma proprio dentro questa normalità cominciano ad accumularsi i segnali di qualcosa che non funziona più.

È un film fatto molto di silenzi, di frasi lasciate a metà e di persone che spesso non riescono a spiegare quello che sentono, nemmeno a se stesse. E probabilmente è questo il suo aspetto più riuscito: invece di riempire continuamente i vuoti con dialoghi che chiariscano allo spettatore cosa stia succedendo, si utilizza il cinema per raccontare proprio ciò che con le parole non si riesce. È un esordio che preferisce osservare anziché giudicare i suoi personaggi e che prova a parlare di desiderio, famiglia, matrimonio e identità senza trasformare necessariamente uno dei due protagonisti nel colpevole e l’altro nella vittima.

Il difficile equilibrio dell’esordio

Molto di questo equilibrio passa inevitabilmente attraverso Alba Rohrwacher e Guido Caprino, che sono probabilmente il punto di forza principale del film. L’attrice riesce a rendere molto bene il progressivo spaesamento di Erika, evitando per gran parte del tempo di trasformarlo in qualcosa di plateale: basta spesso il modo in cui rimane in silenzio o guarda quello che ha intorno per capire che dentro di lei sta cambiando qualcosa. Caprino, allo stesso modo, dà a Mauro una fragilità che emerge poco alla volta.

È un uomo che vorrebbe capire, intervenire, trovare una soluzione, ma che non possiede realmente gli strumenti per affrontare qualcosa che non può essere risolto in maniera pratica. I due attori funzionano particolarmente bene quando possono lavorare in sottrazione, quando la tensione rimane sotto la superficie e il film si affida ai loro volti e ai piccoli gesti.

Paradossalmente, convincono un po’ meno nelle poche scene in cui devono invece alzare molto il tono: quando arrivano le urla, gli scontri più accesi e i dialoghi più carichi, si avverte per qualche momento una sensazione quasi da soap opera, come se quella dimensione melodrammatica appartenesse meno al film e anche alle loro interpretazioni. Sono momenti che stonano proprio perché tutto il resto è costruito con una misura molto maggiore. Ma è un difetto limitato, che non rovina quello che resta un bell’esordio, delicato e nel complesso equilibrato.

Voto: 6.8

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