Recensione in anteprima – 70 mm sala Energia Arcadia – “Odissea” di Christopher Nolan arriva nelle sale italiane il 16 luglio 2026 con il peso di una duplice sfida: adattare uno dei testi fondanti della cultura occidentale e confrontarsi con l’immaginario che ogni lettore costruisce dentro di sé leggendo Omero. Il risultato è un kolossal che non cerca di demolire il mito, ma di riportarlo alla sua dimensione più umana. Un’opera monumentale, immersiva e sorprendentemente rispettosa della propria origine.
Il ritorno come ossessione, Nolan davanti a Omero
La prima qualità di Odissea è la sua capacità di comprendere l’essenza dell’opera che adatta. Christopher Nolan avrebbe potuto scegliere la strada della rivoluzione radicale, piegando il poema alle proprie ossessioni narrative e temporali. Invece decide di compiere qualcosa di più difficile: reinterpretare senza tradire.
L’Odissea è, prima di tutto, il racconto di un ritorno. Non di una guerra (almeno non solo), non di una conquista, non di una vendetta, ma del desiderio ostinato, perso e quasi disperato di tornare a casa. Matt Damon costruisce il suo Ulisse/Odisseo attorno a questa idea fondamentale. Il suo eroe non è invincibile, anzi non è un eroe, è un guerriero tormentato dalla sua vita di arroganza strategica, di bieca pratica guerriera. È stanco, consumato, spesso ferito nel corpo e nello spirito. Ogni mostro affrontato, ogni tempesta, ogni deviazione imposta dagli dèi rappresenta un ostacolo che allontana il protagonista dall’unica cosa che desidera realmente.
Nolan restituisce tutta la grandezza del viaggio senza perdere di vista la dimensione emotiva. Dietro il ciclope Polifemo, dietro le Sirene, dietro Circe (Samantha Morton) e Calipso (Charlize Theron), si percepisce sempre la stessa domanda: quanto può resistere un uomo prima di dimenticare chi è? E quanto può durare nell’oblio di chi era?
Il regista trova così un equilibrio raro tra spettacolo e introspezione. Il mito conserva la propria imponenza, ma resta sempre leggibile attraverso le emozioni dei personaggi.

Un mondo da attraversare e la forza dell’immagine
Vedere Odissea in pellicola 70mm, soprattutto in una sala capace di valorizzarne il formato come la Sala Energia di Arcadia Melzo, significa comprendere immediatamente quanto Nolan consideri l’immagine parte integrante del racconto. Ogni inquadratura sembra costruita non soltanto per essere osservata, ma anche per essere abitata. Il mare diventa una presenza fisica. Le coste, le isole, le montagne e i palazzi sembrano emergere dallo schermo con una profondità quasi tattile. La fotografia di Hoyte van Hoytema raggiunge qui alcuni dei suoi risultati più impressionanti, trasformando il paesaggio in un personaggio autonomo.
La spettacolarità visiva non nasce dall’accumulo di effetti, ma dall’attenzione maniacale ai luoghi, alla luce e alla materia. I set reali conferiscono una concretezza rara al film contemporaneo. Sapere che alcune sequenze sono state girate nella nostra Sicilia aggiunge una soddisfazione particolare, ma ciò che conta davvero è la sensazione di autenticità che ne deriva.
Naturalmente chi osserva il film con lo sguardo dello storico potrà sollevare obiezioni su determinati costumi, utensili o armi. Alcune licenze sono evidenti. Eppure, all’interno dell’universo costruito da Nolan, queste scelte non risultano mai stonate. Non interrompono la credibilità del racconto e, soprattutto, aiutano a tradurre in immagini contemporanee ciò che il poema racconta attraverso una storia millenaria.
Lo stesso discorso vale per alcune polemiche preventive legate al casting. Il caso più discusso riguarda la scelta di Lupita Nyong’o nel ruolo di Elena/Clitemnestra. Una controversia che, alla prova dei fatti, appare quasi irrilevante. Elena occupa uno spazio limitato nella narrazione e la sua presenza ha un peso marginale nell’economia dell’opera. Chi temeva che questa scelta potesse alterare il cuore dell’adattamento scoprirà rapidamente quanto la questione sia stata ingigantita rispetto alla sua reale importanza.

Padre, figlio e regina, il cast che sostiene il mito
Se il viaggio di Ulisse costituisce l’ossatura del film, la sua anima è distribuita tra i personaggi che lo attendono e quelli che ne raccolgono l’eredità. Matt Damon offre una prova solida e profondamente umana. Non cerca mai l’eroismo facile e lavora invece sulle fragilità del personaggio. È un Ulisse che convince soprattutto nei momenti di dubbio e vulnerabilità.
Anne Hathaway è probabilmente la migliore conferma dell’intero cast principale. La sua Penelope evita ogni passività e diventa il centro morale della vicenda. Ogni sua apparizione contribuisce a rafforzare il significato del ritorno di Ulisse, ricordando continuamente cosa ci sia davvero in gioco: non solo il trono, non solo Itaca, ma la storia di una famiglia, la fedeltà dell’amore di una moglie.
Robert Pattinson interpreta un Antinoo inquietante e carismatico, riuscendo a trasformare un antagonista noto in una presenza costantemente minacciosa. La sua performance regala tensione alle sequenze ambientate a Itaca e contribuisce a mantenere viva la seconda linea narrativa dedicata a Telemaco che forse soffre un po’ un Tom Holland in un ruolo delicato che sembra non essere totalmente nelle sue corde. Il suo percorso di maturazione funziona ma non emerge e, forse, rappresenta una leggera delusione.
Merita una menzione speciale Samantha Morton. La sua Circe domina una delle scene più memorabili del film. Il dialogo con Ulisse è costruito come un thriller psicologico fatto di silenzi, pause, sguardi e verità. È un momento in cui il film rallenta improvvisamente e dimostra quanto la tensione possa nascere dalla parola e non solo dall’azione.

Quando il mito torna a vivere
La sceneggiatura affronta un materiale narrativo conosciuto da secoli e riesce comunque a conservare un autentico senso di progressione. Anche chi sa perfettamente come finirà la storia viene trascinato verso il climax finale con crescente partecipazione. Non si tratta di una vendetta esplosiva come nel bello ma poco ricordato “Itaca, il ritorno” di Uberto Pasolini con un Ralph Fiennes estremamente (e coerentemente) sanguinario
Lungo il percorso emergono persino leggere sfumature horror. Alcune sequenze dedicate ai mostri e alle presenze sovrannaturali aggiungono inquietudine senza mai stravolgere il tono complessivo dell’opera. Non tutto è perfetto: Polifemo, pur impressionante sul piano visivo, è probabilmente l’elemento meno convincente del film. È uno dei pochi momenti in cui la meraviglia immaginata supera quella realmente mostrata.
Per il resto, Nolan orchestra magistralmente immagine, musica e sonoro. Il lavoro di Ludwig Göransson accompagna la narrazione senza sovrastarla, mentre il comparto audio contribuisce in modo decisivo all’immersione dello spettatore.
Ciò che rimane alla fine delle 172 minuti (che davvero non si sentono minimamente) non è soltanto il ricordo di una grande avventura, ma la sensazione di aver assistito a una storia antichissima che continua ancora oggi a parlare di noi. Del desiderio di tornare, di resistere, di ritrovare la propria identità dopo averla smarrita. Della paura sempre più lampante di un mondo sprofondato in una guerra continua come quella narrata all’inizio e di uomini che hanno varcato troppi limiti umani sfidando gli dei, il bello, il giusto.
Odissea conferma Christopher Nolan come uno dei pochi autori contemporanei capaci di unire ambizione spettacolare e profondità narrativa. Non reinventa Omero, e forse è proprio questa la sua vittoria più grande. Un film diverso da “Interstellar” ma che lo ricorda nel finale, diverso da “Dunkirk” ma che è presente in alcuni tratti, diverso anche da “Oppenheimer” ma con la stessa grandiosità.
La scena del famoso “cavallo di Troia” merita da sola l’intera visione del film. Scena di cinema puro.
Voto: 8,1