Recensione in anteprima – Venezia ’26 – In concorso –  The Echo Chamber nasce da una promessa difficile da ignorare: un soggetto firmato da Bernardo Bertolucci, recuperato e portato sullo schermo dopo la sua scomparsa da Andrea Pallaoro. Sulla carta, gli elementi per un grande dramma intimista sembrano esserci tutti. Purtroppo, tra l’ambizione e il risultato finale si apre una distanza che il film non riesce mai davvero a colmare. Al cinema dal 10 settembre

Una grande eredità

È impossibile avvicinarsi a The Echo Chamber senza pensare al nome di Bernardo Bertolucci. Non soltanto perché il soggetto porta la sua firma, ma perché il film nasce proprio da un materiale lasciato incompiuto e successivamente sviluppato da altri autori. Questa origine affascina e incuriosisce, ma finisce anche per condizionare inevitabilmente le aspettative.

La sensazione che accompagna la visione è quella di un’opera che conserva alcune intuizioni di partenza estremamente interessanti senza però riuscire a svilupparle in modo compiuto. Il rapporto tra amore, dipendenza, cura e incomunicabilità avrebbe potuto generare una narrazione ricca di sfumature. Invece il film sembra procedere per frammenti, affidandosi più all’atmosfera che alla costruzione di una vera tensione emotiva.

Andrea Pallaoro sceglie una messa in scena rigorosa, quasi ascetica, ma raramente questa scelta si trasforma in autentica forza narrativa. Lo spettatore rimane spesso a distanza dai personaggi, osservandoli più che partecipando alle loro vite. È un problema particolarmente evidente perché il film chiede continuamente empatia senza riuscire a costruire gli strumenti necessari per ottenerla. L’impressione finale è che il prestigio dell’origine finisca per essere più affascinante dell’opera stessa.

Tre interpreti alla ricerca di una storia

Il principale pregio del film è rappresentato dagli attori, anche se paradossalmente sono proprio loro a risultare sottoutilizzati. Leo (Luca Marinelli) è un uomo ferito, talentuoso e autodistruttivo. Produttore discografico alle prese con una dipendenza farmacologica sempre più invasiva, dovrebbe rappresentare il cuore emotivo del racconto.

Anne (Alicia Vikander) entra nella sua vita come fisiatra e compagna sentimentale, ma la relazione tra i due fatica a trovare uno sviluppo davvero coinvolgente ed equilibrato. Ciò che dovrebbe costituire l’asse portante del film rimane spesso sorprendentemente freddo. Non per mancanza di talento degli interpreti, ma perché la scrittura sembra preferire l’allusione alla costruzione concreta del rapporto.

Ancora più frustrante è il destino di Ava (Susan Sarandon). La sua presenza aleggia sulla vicenda con il fascino e l’autorevolezza che l’attrice possiede naturalmente, eppure il film sembra incapace di sfruttarne davvero il potenziale. Più volte si ha la sensazione che il racconto stia per approfondire il suo ruolo e le sue dinamiche con Leo, salvo poi tornare indietro. È proprio qui che emerge il principale limite del film: possiede interpreti eccellenti, ma raramente concede loro l’occasione di esprimersi fino in fondo.

Un appartamento come prigione

Dal punto di vista visivo, The Echo Chamber sceglie una strada coerente e riconoscibile. L’intera vicenda si svolge esclusivamente all’interno di un appartamento, trasformando lo spazio domestico in una sorta di gabbia emotiva. Il formato 1,33:1 contribuisce ulteriormente a questa sensazione di costrizione. I personaggi appaiono spesso schiacciati all’interno dell’inquadratura, come se non esistesse mai abbastanza spazio per respirare davvero.

La scelta funziona a livello estetico. Meno a livello narrativo. La dimensione claustrofobica è percepibile e coerente con le condizioni psicologiche dei personaggi, ma dopo un certo punto il film sembra incapace di trasformare questa limitazione in evoluzione drammatica. Lo spazio resta chiuso, ma non si carica di significati nuovi.

Anche il concetto stesso degli “echi”, evocato fin dal titolo, fatica a trovare una reale concretizzazione emotiva. Il film prova più volte a suggerire rimandi, riflessi e ripetizioni tra i personaggi e le loro ferite, ma questi echi risultano sorprendentemente deboli. Più che risuonare nello spettatore, vengono dichiarati. E ciò che dovrebbe essere percepito finisce spesso per apparire costruito. L’apatia che ne deriva non nasce dalla lentezza del racconto, ma dalla difficoltà dell’opera a rendere davvero significative le proprie suggestioni.

Un finale che tradisce il dolore

Il vero problema di The Echo Chamber emerge però nella parte finale. Fino a quel momento il film mantiene quantomeno una propria coerenza tonale. Quando la vicenda accelera improvvisamente verso la conclusione, il racconto sembra perdere il controllo del proprio equilibrio. Alcuni sviluppi appaiono troppo repentini, altri forzati, e il risultato rischia persino di sfiorare l’involontariamente comico.

È un peccato soprattutto perché il tema affrontato è delicato. La condizione fisica e psicologica di Leo avrebbe meritato uno sguardo più rispettoso e meno frettoloso. Invece il finale finisce per compromettere una parte dell’empatia costruita faticosamente nel corso della narrazione. Si esce dalla sala con una sensazione precisa: la storia avrebbe potuto funzionare molto meglio attraverso un montaggio diverso, più audace e coraggioso.

Alla fine, The Echo Chamber rimane un’opera che suscita interesse più per ciò che promette che per ciò che realizza. La provenienza del soggetto, il cast internazionale, l’eleganza formale e alcune intuizioni sul tema dell’isolamento avrebbero potuto generare un film importante. Invece producono un dramma che si osserva con rispetto, ma raramente con coinvolgimento. E forse il limite più grave, per un film che parla di echi, è proprio questo: lasciare così poche risonanze una volta terminata la visione.

Voto: 4,8

Di Giuseppe Bonsignore

Fondatore di Cinematik.it nel lontano 1999, appassionato di Cinema occupa il suo tempo impiegato in un lavoro molto molto molto lontano da film e telefilm. Filmaker scadente a tempo perso, giornalista per hobby, recensore mediocre, cerca di tenere in piedi la baracca. Se non vede più di 100 film (al cinema) all'anno va in crisi d'astinenza.

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