Recensione in anteprima – Venezia 78 – Fuori concorso – Terzo lungometraggio come regista solista di Leonardo Di Costanzo che continua la sua indagine rivolta ai legami che si possono instaurare tra vittima e carnefice, tra reclusi e custodi. Due situazioni agli antipodi costretti a vivere nello stesso luogo in condizioni pressoché simili. Al cinema dal 14 ottobre.

La storia

Un carcere ormai in degrado sta per essere chiuso. Arriva però un contrordine: 12 detenuti ed alcuni agenti di polizia penitenziaria dovranno restarci un po’ più a lungo degli altri perché la struttura che dovrebbe accogliere i detenuti non è a momento disponibile. Diventa quindi necessario gestire in modo nuovo il rapporto considerato che gran parte dell’edificio è ormai chiusa.

Presentato fuori concorso alla 78esima Mostra Internazionale d’arte cinematografica di Venezia il film si avvale di un cast di tutto rispetto con assoluti protagonisti Toni Servillo nella parte dell’ispettore Gaetano Gargiulo e Silvio Orlando nei panni del detenuto Carmine Lagioia. Di sicuro interesse sono anche le prove di Salvatore Striano e Fabrizio Ferracane.

Miserabili d’Italia

Prima ancora di parlare del film e di cosa accade e non accade è interessante che, a mente fredda la parola “ispettore” si possa ricollegare all’ispettore Javert de “I miserabili”, libro scritto da Victor Hugo e prestato al cinema e alla tv innumerevoli volte. Che si abbia in mente l’interpretazione (anche) canora di Russell Crowe o la magnifica interpretazione di John Malkovich nella miniserie per la tv, è chiaro come il Gargiulo di Servillo lo ricordi per l’austerità e quel confine tra custode e dipendenza dal Jean Valjean di turno.

Ovviamente l’ambito sociale è diverso in quanto i detenuti di questo carcere fatiscente e (quasi) abbandonato in una località non meglio precisata d’Italia hanno tutti colpe anche gravi mentre nel romanzo di Hugo i miserabili rubavano per vivere a causa della profonda povertà dell’epoca.

E’ sicuramente, quindi, il rapporto che si instaura tra Gaetano e Carmine quello che cresce durante il film più di tutti partendo anche in ritardo e scaturendo da un’esigenza comune: la qualità del vitto.

Il cibo e la tavola

La cucina del carcere, ritornata in funzione, diventa il luogo d’incontro e scontro di sguardi e di attenzioni dell’ispettore e del detenuto. La fiducia non è mai troppa né da una parte né dall’altra e l’equilibrio viene talvolta compromesso da alcuni eventi che coinvolgono gli altri detenuti e i loro problemi.

Obbligati a stare a stretto contatto in attesa di nuove istruzioni per il trasferimento, detenuti e guardie affrontano insieme ma non sempre assieme quanto accada in poco meno di due ore di film. Come insegnano i film francesi ma anche le commedie italiane e sovente anche tante altre cinematografie nei più disparati generi, la tavola diventa ad un certo punto il luogo d’incontro senza sbarre di due situazioni profondamente diverse.

Leonardo Di Costanzo ci arriva per gradi senza avere fretta, prendendosi tutto il tempo per mostrare i caratteri dei personaggi principali e del gruppo di detenuti più coinvolto nelle vicende. Ad ogni scena viene aggiunta un’informazione, una smorfia, una risposta, una circostanza che mantiene e allo stesso minaccia quel sottile filo di collaborazione e coabitazione tra i due gruppi. Notevoli le musiche.

Voto: 6,8

Di Giuseppe Bonsignore

Fondatore di Cinematik.it nel lontano 1999, appassionato di Cinema occupa il suo tempo impiegato in un lavoro molto molto molto lontano da film e telefilm. Filmaker scadente a tempo perso, giornalista per hobby, recensore mediocre, cerca di tenere in piedi la baracca. Se non vede più di 100 film (al cinema) all'anno va in crisi d'astinenza.

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