Recensione in anteprima – Venezia ’26 – Fuori concorso – Nessun dolore è un film che parte da un evento improvviso e destabilizzante per raccontare la deriva emotiva di un uomo che tenta di rimediare a un errore irreversibile. La storia di Davide si muove tra senso di colpa, smarrimento e un’accoglienza che non trova mai una direzione chiara. Il risultato è un’opera che cerca profondità ma inciampa spesso nella sua stessa impostazione narrativa. Al cinema dal 24 settembre.

Un incidente che spezza la normalità

La vita di Davide (Alessandro Borghi), libraio romano, procede con la quiete di una routine che non sembra nascondere particolari tensioni. È un uomo comune, immerso nel suo lavoro e nelle sue abitudini, fino al momento in cui un immigrato nordafricano, in evidente stato confusionale, gli affida un bambino senza spiegazioni. La scena è surreale, quasi involontariamente comica, perché la situazione appare talmente improbabile da sfiorare l’assurdo. Davide non capisce il nome del bambino, non sa chi sia, non sa cosa fare: è un momento di sospensione che il film gestisce con un tono ambiguo, oscillante tra dramma e grottesco.

Il punto di svolta arriva con l’incidente. Davide, agitato e incapace di gestire la pressione emotiva, compie una manovra avventata che provoca un impatto violento. Il bambino rimane gravemente ferito. È qui che il film trova il suo nucleo emotivo più forte: il senso di colpa che travolge Davide, la corsa in ospedale, la notte trascorsa in sala d’attesa, la paura di aver distrutto una vita che non conosceva nemmeno. L’incontro con Aminah (Beidja Yahiaoui), adolescente algerina incinta, avviene proprio in questo spazio sospeso, dove il dolore e la confusione si mescolano.

La prima parte del film è quella più riuscita: il ritmo è teso, la regia di Gianni Amelio è attenta ai dettagli, e Alessandro Borghi restituisce  la fragilità di un uomo che non riesce a comprendere la portata delle sue azioni. Tuttavia, già qui emerge un problema strutturale: la sceneggiatura sembra non sapere quale direzione prendere. Le situazioni sono cariche di potenziale, ma non vengono sviluppate fino in fondo.

L’accoglienza come caos narrativo

Quando Davide decide di ospitare Aminah, il film cambia tono. Quella che dovrebbe essere una scelta dettata dal rimorso e dal desiderio di rimediare si trasforma in una spirale di accoglienza incontrollata. Aminah si trasferisce da lui, e presto la casa diventa un rifugio per altre persone senza fissa dimora. Il gesto di Davide, che potrebbe essere letto come un atto di altruismo, appare invece come un tentativo disperato di anestetizzare il senso di colpa attraverso un accumulo di responsabilità.

La sceneggiatura, però, non riesce a dare un senso compiuto a questa deriva. Non c’è un messaggio politico chiaro, non c’è una riflessione strutturata sull’accoglienza, non c’è un’idea di fondo che guidi le scelte dei personaggi. Si evita il “catechismo” di una certa parte politica, ma allo stesso tempo non emerge alcuna posizione alternativa. Il film sembra voler dire qualcosa, ma non sa cosa. E questo vuoto si traduce in smarrimento per lo spettatore, che non riesce a comprendere quale sia la direzione morale o emotiva della storia.

Il risultato è paradossale: se il messaggio voleva essere quello dell’accoglienza, il film fallisce completamente. Fallisce al punto da suggerire, involontariamente, un messaggio contrario. L’accoglienza non appare come un valore, ma come un caos ingestibile, un accumulo di problemi, un gesto che non porta sollievo né redenzione. Davide non cresce, non cambia, non trova un equilibrio: si perde.

Personaggi senza peso

In questo contesto, le interpretazioni del cast cercano di dare solidità a una struttura narrativa fragile. Alessandro Borghi è convincente nulla di eclatante: restituisce con precisione la confusione, la paura, la fragilità di un uomo che tenta di fare la cosa giusta senza sapere cosa sia la cosa giusta. È un ruolo difficile, perché richiede di mostrare un personaggio che non ha una direzione, e Borghi riesce a renderlo sufficientemente credibile perché in linea con lo smarrimento dell’intero film.

Valeria Golino, nel ruolo di Elsa, è il punto di riferimento emotivo di Davide. È una presenza affettuosa, una figura che cerca di sostenerlo senza giudicarlo, ma il film non le concede abbastanza spazio per diventare davvero significativa. Aminah, interpretata da Beidja Yahiaoui, è un personaggio che avrebbe potuto offrire una prospettiva diversa, ma rimane intrappolata in una scrittura che non le permette di emergere.

Gli altri personaggi appaiono più come figure di contorno che come elementi narrativi essenziali. Nonostante la buona volontà degli interpreti, la sceneggiatura non dà loro la possibilità di incidere davvero sulla storia.

Un film che cerca profondità ma trova smarrimento

Nessun dolore è un film che nasce da un’idea forte: raccontare il senso di colpa, l’accoglienza, la fragilità umana. Ma la realizzazione non riesce a sostenere questa ambizione. La sceneggiatura è povera di spunti, nonostante le situazioni siano sempre lì, pronte a offrirne. Il tono è incerto, oscillante tra dramma e surreale, senza trovare mai un equilibrio. Lo spettatore vive un senso di smarrimento che non è frutto della complessità, ma della mancanza di direzione.

La presentazione fuori concorso alla Mostra internazionale d’arte cinematografica di Venezia conferma che il film è stato considerato un’opera interessante, ma non abbastanza solida da competere. È un’opera che tenta di affrontare temi importanti, ma che non riesce a trasformarli in un racconto coerente.

Voto: 5,2

Di Giuseppe Bonsignore

Fondatore di Cinematik.it nel lontano 1999, appassionato di Cinema occupa il suo tempo impiegato in un lavoro molto molto molto lontano da film e telefilm. Filmaker scadente a tempo perso, giornalista per hobby, recensore mediocre, cerca di tenere in piedi la baracca. Se non vede più di 100 film (al cinema) all'anno va in crisi d'astinenza.

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