Recensione in anteprima – Venezia ’26 – In concorso – Con Un po’ di luce (Kamī-e nūr), Ali Asgari, dopo aver raccontato con ironia e sarcasmo le contraddizioni della società iraniana, abbandona quasi completamente la satira per concentrarsi sul dolore silenzioso di un uomo arrivato al limite della propria resistenza. Il risultato è un film capace di interrogarsi sul significato stesso della speranza. Al cinema dall’1 ottobre.

L’ultimo giorno di un uomo

Arash (Mithagh Zare) è un medico che ha perso molto più del proprio lavoro. Bandito ingiustamente dall’esercizio della professione, vede improvvisamente svanire ciò che definiva la sua esistenza, il suo ruolo sociale e la sua stessa identità. Quando il film inizia, il protagonista ha già preso una decisione. Non siamo davanti al racconto di una persona che valuta il suicidio. Siamo davanti a un uomo che ha già organizzato il proprio addio.

Non si tratta di capire se Arash cambierà idea, ma di comprendere quali ferite lo abbiano condotto fino a quel punto. Ali Asgari costruisce allora una sorta di percorso a ritroso. Nel corso di una sola giornata il protagonista incontra parenti, amici e persone care e alcune ignorano completamente ciò che sta accadendo dentro di lui. Ogni dialogo, ogni visita, ogni gesto apparentemente insignificante diventa parte di un saluto che gli altri non riescono a riconoscere.

Da questo punto di vista, il film riesce a cogliere una verità spesso ignorata: il dolore più profondo raramente si manifesta in modo evidente. Spesso si nasconde dietro una normalità quasi inquietante. Arash non chiede aiuto. Non cerca attenzione. Si limita a osservare il mondo come se ne facesse già parte solo a metà.

Dopo la satira, l’umanità

Chi conosce il cinema di Ali Asgari potrebbe rimanere sorpreso. Opere come Divine Comedy utilizzavano la satira politica per raccontare le assurdità burocratiche e sociali dell’Iran contemporaneo. In Un po’ di luce quella componente non scompare del tutto, ma viene relegata sullo sfondo. Esistono ancora alcune stoccate ironiche rivolte al potere e alla politica.

Una delle più riuscite coinvolge una battuta su Donald Trump e sulla sua presunta “precisione” nei bombardamenti, una freccia sarcastica che interrompe momentaneamente la malinconia dominante. Ma il vero interesse del regista è altrove. L’elemento politico non rappresenta più il centro del racconto. Diventa piuttosto una delle cause del malessere esistenziale del protagonista.

Arash non è soltanto una vittima di una decisione amministrativa ingiusta. È un uomo che ha progressivamente perso fiducia nella possibilità di incidere sulla realtà che lo circonda. In questo senso il film parla certamente dell’Iran, ma evita di ridursi a una semplice denuncia politica. La sua riflessione è più universale.

Quanti individui rinunciano a combattere non perché siano stati sconfitti una volta, ma perché si sono convinti che nessuna battaglia possa più essere vinta?

L’ombra di Kiarostami e il sapore della vita

È impossibile guardare Un po’ di luce senza pensare a Il sapore della ciliegia. Il parallelo non riguarda soltanto il tema della morte volontaria. Riguarda soprattutto il modo in cui il viaggio del protagonista diventa un’occasione per incontrare gli altri e, attraverso di loro, riscoprire il valore dell’esistenza. Naturalmente Asgari non imita Abbas Kiarostami.

I due film seguono strade differenti e appartengono a contesti storici diversi. Il titolo stesso suggerisce una prospettiva diversa. Non una grande illuminazione. Non una trasformazione radicale. Soltanto un po’ di luce. Una quantità apparentemente insufficiente che però può fare la differenza quando tutto sembra immerso nell’oscurità.

In questo percorso assumono particolare importanza Mahsa (Sadaf Asgari) e Masih (Foruzan Jamshidnezhad), figure che partecipano a quel mosaico di relazioni attraverso cui il protagonista torna gradualmente a osservare il mondo da una prospettiva meno disperata. La sceneggiatura evita accuratamente ogni meccanismo consolatorio. Il cambiamento avviene lentamente, e forse non c’è fino in fondo. Ed è proprio questa gradualità a renderlo credibile.

Un film che chiede pazienza

L’aspetto probabilmente più divisivo dell’opera riguarda il ritmo. Ali Asgari sceglie deliberatamente una narrazione lenta, contemplativa. È una decisione coerente con lo stato psicologico del protagonista. Lo spettatore viene invitato a condividere la sua stanchezza, il suo senso di immobilità e la sua incapacità di immaginare un futuro. Non tutti apprezzeranno questa scelta. In alcuni momenti il film rischia infatti di indulgere eccessivamente nella propria malinconia. La durata contenuta di ottantasette minuti evita che il racconto diventi pesante, ma non elimina del tutto la sensazione di assistere a una progressione molto controllata e poco incline alle accelerazioni narrative.

D’altra parte proprio questa sobrietà rappresenta una delle qualità principali del film. La regia rinuncia costantemente alla ricerca dell’effetto. Il montaggio mantiene un tono uniforme che privilegia l’osservazione rispetto alla drammatizzazione. Si esce dalla sala con la sensazione di aver assistito a qualcosa di fragile e sincero.

Un po’ di luce non possiede la forza politica dei migliori film iraniani contemporanei né l’impatto emotivo delle opere che affrontano direttamente il trauma sociale. È invece un lavoro più raccolto, quasi sommesso, che sceglie di esplorare la depressione, la perdita di senso e la possibilità della riconciliazione.

Forse non tutti i suoi passaggi raggiungono la stessa intensità. Forse il film avrebbe beneficiato di una maggiore varietà narrativa. Eppure la sua onestà emotiva e la sensibilità con cui affronta un tema tanto delicato finiscono per prevalere. Come suggerisce il titolo, non offre grandi risposte. Offre soltanto un po’ di luce.

Voto: 6,8

Di Giuseppe Bonsignore

Fondatore di Cinematik.it nel lontano 1999, appassionato di Cinema occupa il suo tempo impiegato in un lavoro molto molto molto lontano da film e telefilm. Filmaker scadente a tempo perso, giornalista per hobby, recensore mediocre, cerca di tenere in piedi la baracca. Se non vede più di 100 film (al cinema) all'anno va in crisi d'astinenza.

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