Non tutto ciò che appartiene al passato è destinato a rimanere immobile. A volte basta riaprire un archivio, restaurare una pellicola o ricomporre immagini apparentemente lontane perché la storia torni a produrre domande. È accaduto nella terza giornata della 62ª Mostra Internazionale del Nuovo Cinema di Pesaro, che lunedì 15 giugno ha attraversato la memoria cinematografica senza abbandonarsi alla nostalgia, mettendola invece in relazione con le trasformazioni del presente.

Tra l’avvio del Concorso Pesaro Nuovo Cinema, il proseguimento dell’omaggio a Maurizio Nichetti, il focus sul cinema sperimentale e militante di Alfredo Leonardi e l’anteprima italiana di Last Movies di Stanley Schtinter, il programma ha mostrato come l’idea di “nuovo cinema” non coincida necessariamente con l’inedito. Il nuovo può nascere anche da un’immagine recuperata, da una forma dimenticata o da un film del passato improvvisamente capace di parlare al nostro tempo.

foto di Paolo Rossi

La giornata si è aperta alla Chiesa della Maddalena con Il filo del ragno – Franco Bertini e il basket di Giovanni Lani, ma il primo vero gesto programmatico è arrivato con la presentazione dei risultati iniziali della ricerca dedicata all’archivio filmico della Mostra. Curato da Paola Buontempo e Gianmarco Torri e presentato alla presenza della presidente della Fondazione Pesaro Nuovo Cinema Giuliana Gamba, il progetto restituisce centralità al patrimonio accumulato dal festival nel corso della sua storia.

La proiezione di Dulce Patria di Frente de los Cineastas Chilenos Antifascistas di Beatriz González, realizzato nel 1975 e conservato dal CSC – Cineteca Nazionale, ha chiarito il senso dell’operazione. L’archivio non è soltanto il deposito materiale di ciò che è stato, ma un campo politico e culturale nel quale selezione, oblio e conservazione continuano a determinare il modo in cui raccontiamo il cinema e la storia.

Riportare alla luce un’opera nata nel contesto della resistenza culturale cilena significa allora fare qualcosa di più che recuperare un documento. Significa interrogare le immagini sulla loro possibilità di sopravvivere alle condizioni che le hanno generate e di produrre ancora una forma di dissenso.

foto di Paolo Rossi

Nichetti e il cinema come corpo in trasformazione

Il dialogo fra passato e presente ha attraversato anche l’evento speciale dedicato a Maurizio Nichetti, proseguito al Teatro Sperimentale con Honolulu Baby e Volere volare.

La retrospettiva permette di sottrarre il regista alla rassicurante categoria della nostalgia e di restituire la complessità di una ricerca che ha sempre abitato i confini fra cinema dal vero, animazione, comicità fisica e sperimentazione tecnica. Nichetti ha costruito una parte significativa della propria filmografia proprio sulla contaminazione, anticipando una progressiva dissoluzione delle barriere fra corpo reale e immagine artificiale che oggi occupa il centro del dibattito audiovisivo.

In Volere volare, realizzato nel 1991 e riproposto a Pesaro in una copia del CSC – Cineteca Nazionale, la trasformazione del protagonista in personaggio animato non è soltanto un espediente comico. È la manifestazione visibile di un’identità che smette di essere stabile, sottoposta alle regole elastiche del cartoon e alla possibilità di essere modificata dall’immagine.

Rivisto oggi, il film conserva una sorprendente attualità. In un’epoca segnata dalla moltiplicazione degli avatar, dalla manipolazione digitale dei volti e dalla crescente commistione tra performance umana e immagini sintetiche, il cinema artigianale di Nichetti appare meno legato al passato di quanto si potrebbe pensare.

Anche Honolulu Baby, ultimo lungometraggio cinematografico del regista prima del recente ritorno con Amichemai, testimonia una libertà narrativa difficilmente assimilabile ai percorsi più canonici della commedia italiana. Il suo cinema resta popolare senza essere addomesticato, accessibile ma costantemente disposto a mettere in crisi le regole della rappresentazione.

Il concorso e le forme incomplete della memoria

La terza giornata ha segnato soprattutto l’inizio del Concorso Pesaro Nuovo Cinema, cuore internazionale della manifestazione, con quattro opere provenienti da Thailandia, Uzbekistan, Cile e da una coproduzione fra Canada, Iran, Turchia e Venezuela.

Pur nella distanza geografica e formale, i titoli presentati sembrano condividere un medesimo interesse per le modalità attraverso cui la memoria viene costruita, trasmessa o cancellata.

In Local Sensations, Tulapop Saenjaroen lavora sull’idea di monumentalità evitando di mostrare direttamente il monumento. Il regista thailandese osserva invece frammenti urbani e naturali, identità locali e rituali quotidiani, interrogando i processi attraverso i quali uno spazio o un’immagine vengono caricati di valore simbolico.

Con Swan Lake, Saodat Ismailova compone un lavoro di montaggio utilizzando materiali provenienti da quarantaquattro film dell’Asia centrale, realizzati prima e dopo il collasso dell’Unione Sovietica. Il riferimento al balletto di Čajkovskij, trasmesso dalla televisione sovietica durante i momenti di crisi politica, diventa la traccia di un immaginario collettivo sospeso fra propaganda, immobilità e trasformazione.

Anche Silencio Azul di Matías Rojas Ruz prende avvio da un’assenza. Il relitto della nave Janequeo, affondata nel 1965 al largo della costa cilena causando la morte di cinquantuno persone, rimane nascosto sotto le acque del Pacifico. Il film si confronta con quella tragedia senza ricostruirla in modo didascalico, affidandosi a immagini analogiche deteriorate e a una memoria che sembra consumarsi insieme ai supporti che dovrebbero conservarla.

Il primo lungometraggio documentario di Sanaz Sohrabi, An Incomplete Calendar, sposta infine la riflessione sul terreno della decolonizzazione e della sovranità sulle risorse. A partire da un disco registrato nel 1980 dal coro dell’Università Centrale del Venezuela per il ventesimo anniversario dell’OPEC, il film raccoglie vinili, francobolli, fotografie, riviste e materiali filmici per costruire un controarchivio dei Paesi arabi e produttori di petrolio.

Non è casuale che il calendario evocato dal titolo sia incompleto. Ogni archivio presenta lacune, silenzi e gerarchie; ciò che conserva dipende sempre da chi ha avuto il potere di produrre, classificare e trasmettere le immagini. Le opere presentate nella prima giornata del concorso sembrano muoversi proprio dentro queste fratture, cercando nei materiali del passato non una verità definitiva, ma la possibilità di una narrazione alternativa.

Alfredo Leonardi e l’urgenza della sperimentazione

Nella Sala Pasolini ha preso intanto il via il focus dedicato ad Alfredo Leonardi, curato da Orazio Leogrande. Regista, critico e cofondatore della Cooperativa Cinema Indipendente, Leonardi è stato una figura centrale della sperimentazione italiana fra gli anni Sessanta e Settanta.

Film come Cinegiornale, Organum Multiplum, Se l’inconscio si ribella, Libro di santi di Roma eterna, Esercizio di meditazione, Occhio privato sul nuovo mondo e Vampiro romano appartengono a una stagione nella quale la ricerca cinematografica non poteva essere separata dalla critica politica, dalla controcultura e dalla messa in discussione delle forme tradizionali del racconto.

La loro riproposizione non assume un valore puramente storico. Di fronte alla crescente standardizzazione del linguaggio audiovisivo, la radicalità di Leonardi ricorda che sperimentare significa anche sottrarsi alle forme dominanti, costruire dispositivi capaci di incrinare le abitudini dello spettatore e rifiutare l’idea che le immagini debbano necessariamente essere riconoscibili, ordinate o facilmente consumabili.

Una diversa forma di inquietudine ha attraversato il focus di Corti in Mostra dedicato a Virginia Mori. Con il suo segno essenziale e perturbante, l’artista costruisce mondi nei quali l’infanzia, il desiderio e la paura convivono senza essere mai completamente decifrati. Il gioco del silenzio, Rachele, Ombre di luna e Haircut, insieme a Walt Grace’s Submarine Test 1967 di Virgilio Villoresi, trasformano il disegno in uno spazio mentale, nel quale anche il gesto più semplice può aprire una crepa nell’ordinario.

foto di Paolo Rossi

Last Movies, la cinefilia davanti alla morte

Il punto di arrivo ideale della giornata è stato Last Movies di Stanley Schtinter, presentato in anteprima italiana in Piazza del Popolo.

Narrato dalla voce di Jeremy Irons e basato sull’omonimo libro pubblicato dal regista nel 2023, il film costruisce una storia obliqua del cinema attraverso le ultime visioni di alcune celebri figure prima della morte. John F. Kennedy, Bette Davis, Kurt Cobain e i membri della comunità religiosa Heaven’s Gate diventano parti di una costellazione nella quale biografia individuale, storia collettiva e caso sembrano continuamente sovrapporsi.

Schtinter non propone una genealogia ordinata, ma un attraversamento fatto di coincidenze, humour nero e connessioni inattese. Il cinema viene osservato non dalla parte dei film considerati fondamentali, ma da quella delle immagini che hanno accompagnato gli ultimi istanti di una vita.

È una prospettiva insieme ironica e vertiginosa. Ogni spettatore porta con sé una propria storia delle immagini, composta non soltanto dai capolavori riconosciuti, ma da visioni accidentali, film dimenticati, incontri mancati e opere che acquistano un significato soltanto in relazione al momento in cui vengono viste.

La proiezione in Piazza è stata introdotta anche dal video Irresponsabili, narrato da Elio Germano e presentato da EMERGENCY come intervento contro la guerra, e dal videoclip Tu mi piaci tanto di Sayf, diretto da Giulio Cocco per il concorso Vedomusica.

Contemporaneamente, alla Maddalena, la versione restaurata di RMHC – 1989/1999 Hardcore a Roma di Giulio Squillacciotti ha inaugurato Roads to Nowhere – Sentieri del rock italiano, riportando alla luce, attraverso interviste, fotografie, fanzine e materiali d’archivio, la storia della scena hardcore romana tra la fine degli anni Ottanta e gli anni Novanta.

foto di Francesca Saccone

Sulla spiaggia, infine, Il cappotto di Alberto Lattuada, proiettato in 35 mm per La Vela Incantata, ha ricondotto il cinema alla sua dimensione pubblica e collettiva. La copia in pellicola, il mare e uno spazio sottratto alla sala tradizionale hanno chiuso idealmente una giornata interamente costruita intorno alla circolazione delle immagini.

A Pesaro, il passato non è stato dunque utilizzato come rifugio, ma come materia da rimettere in movimento. Una pellicola del 1952, un esperimento d’avanguardia, un film di animazione degli anni Novanta o un archivio politico latinoamericano possono risultare radicalmente contemporanei quando vengono collocati dentro nuove relazioni.

La terza giornata della Mostra ha ricordato proprio questo: il cinema non vive soltanto nel momento in cui viene realizzato, ma ogni volta che qualcuno decide di rivederlo, rimontarlo e interrogarlo nuovamente.

Tutti i diritti riservati. Le immagini appartengono ai rispettivi titolari dei diritti e sono utilizzate esclusivamente a fini editoriali e di cronaca, nell’ambito dei materiali messi a disposizione per uso stampa sul sito ufficiale della 62ª Mostra Internazionale del Nuovo Cinema di Pesaro (www.pesarofilmfest.it).

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