Recensione in anteprima  – Con La sposa!, Maggie Gyllenhaal tenta di riportare in vita il mito di Frankenstein attraverso un intreccio di generi — thriller, noir, melodramma, fantascienza — che raramente trovano un’armonia. L’ambizione è evidente, ma il risultato è un film che procede con passo incerto, appesantito da un discorso politico che finisce per sovrastare i personaggi. Al cinema dal 5 marzo.

Un racconto che rinasce, ma perde subito coesione

Chicago, 1936. Frankenstein (detto Frank), interpretato da Christian Bale, vaga da oltre un secolo in preda a una solitudine corrosiva. La scienziata Cornelia Euphronious (Annette Bening) accoglie la sua richiesta di creare una compagna e riesuma il corpo di Ida, giovane donna uccisa dalla mafia. Il risveglio di Ida — affidato a una Jessie Buckley intensa e inquieta — è un trauma identitario: non ricorda nulla, non riconosce il proprio corpo, non sa chi fosse.

La loro fuga da Chicago a New York vorrebbe essere un viaggio emotivo e gotico, ma la sceneggiatura fatica a trovare un centro. E il confronto con La moglie di Frankenstein di James Whale, inevitabile per chiunque tocchi questo mito, non gioca a favore del film: dove l’opera del 1935 costruiva tensione e ironia con precisione chirurgica, Gyllenhaal accumula simboli e sottotrame senza mai armonizzarli, trasformando l’omaggio in un’eco lontana e poco incisiva.

La questione sociale e politica relativa alle donne, alla violenza su di esse e alla lotta per i loro diritti appesantisce sin da subito il film. E’ la stessa regista che inizia il film facendo parlare Jessie Buckley in un altro ruolo, quello dell’autrice Mary Shelley. Un discorso che si inserisce per tutto il film spesso spezzando troppo il ritmo e che è pilotato più dalla vendetta che dalla lotta per i diritti delle donne. L’ombra del romanzo di Mary Shelley è presente, ma resta più un riferimento estetico che un reale motore narrativo.

Attori solidi, personaggi intrappolati

Le interpretazioni dei due protagonisti sono tra i pochi elementi davvero riusciti. Christian Bale dà vita a un Frank tormentato, fisicamente imponente ma emotivamente fragile, capace di evocare la malinconia del “mostro” letterario senza scadere nella caricatura. I suoi momenti migliori sono quelli più silenziosi, quando il personaggio sembra cercare un posto nel mondo più che una compagna. Un Frankenstein diverso dal recente Frankenstein di Guillermo Del Toro.

Jessie Buckley offre un’Ida complessa, costretta a ricostruire un’identità che non ricorda. La sua presenza scenica è magnetica, e ogni gesto suggerisce un conflitto interiore che il film non approfondisce quanto meriterebbe. Il problema è che entrambi restano schiacciati da una narrazione che privilegia il messaggio rispetto al personaggio. Il discorso femminista, pur legittimo, diventa così insistito da risultare quasi catechistico, come se ogni scena dovesse ribadire un principio invece di far evolvere la storia.

Questo continuo messaggio si evince spesso con Ida e la sua vendetta/rabbia a metà strada tra la Grace di Jennifer Lawrence in “Die my love” e l’Harley Quinn di Margot Robbie in “Suicide Squad”. Ida/Penelope ricorda anche la Bella di Emma Stone in “Povere Creature”, genesi simile (riportata in vita) ma almeno, nel film di Lanthimos, il messaggio riguardo sulla condizione delle donne è veicolato in maniera migliore.  Tema che si nota soprattutto in Myrna Mallow interpretata da Penélope Cruz costretta a ribadire la sua presenza come detective ogni volta che non viene vista o presa in seria considerazione dai colleghi in quanto donna.

Un immaginario ricco

La fotografia di Lawrence Sher è uno degli aspetti più affascinanti del film: laboratori illuminati da lampi elettrici, vicoli che sembrano usciti da un noir anni ’30, teatri decadenti che richiamano direttamente l’estetica dei primi Frankenstein cinematografici. È un mondo visivamente potente.

Il montaggio di Dylan Tichenor accentua la sensazione di discontinuità: scene che sembrano preludere a un cambio di tono si dissolvono senza conseguenze, mentre altre si dilatano oltre il necessario. Gli effetti speciali di Devin Maggio e Hasan Schahbaz sono curati. Ottimi sia trucco sia le acconciature che sottolineano una libertà creativa anche nei costumi e nelle dinamiche di festa alquando “moderne”.

Un film che vuole dire troppo

La sposa! affronta temi importanti — identità, autodeterminazione, corpo, solitudine, diritti delle donne — ma lo fa con una presenza costante che diventa pesantezza e che finisce per indebolire il coinvolgimento emotivo. Il discorso femminista, centrale nelle intenzioni della regista, diventa così insistito da risultare quasi pedagogico, come se ogni scena dovesse ribadire un principio invece di far evolvere la storia.

“preferirei di no”

citazione giustamente ribadita più volte e simbolo di libertà da perseguire e preservare è la sola intuizione credibile in una sceneggitura ipertrofica che vuole mandare molti messaggi ma che, purtroppo, finisce a ripiegarsi su sè stessa.

La componente gotica, che avrebbe potuto offrire un terreno fertile per riflessioni più sottili, viene spesso sacrificata a favore situazioni costruite per illustrare un concetto. Il risultato è un film che non riesce a trovare un equilibrio tra allegoria e narrazione, tra mito e contemporaneità.

Voto: 5,4

Di Giuseppe Bonsignore

Fondatore di Cinematik.it nel lontano 1999, appassionato di Cinema occupa il suo tempo impiegato in un lavoro molto molto molto lontano da film e telefilm. Filmaker scadente a tempo perso, giornalista per hobby, recensore mediocre, cerca di tenere in piedi la baracca. Se non vede più di 100 film (al cinema) all'anno va in crisi d'astinenza.

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