Recensione in anteprimaVenezia ’25 – In concorsoIl testamento di Ann Lee di Mona Fastvold è un biopic spirituale e musicale che punta su un forte impatto visivo e sulla potenza emotiva della sua protagonista. L’ambizione è evidente, e il film alterna momenti di grande intensità a passaggi meno coesi, pur rimanendo un’opera che tenta con coraggio di restituire complessità a una figura storica poco conosciuta. Nelle sale dal 12 marzo 2026.

Una storia intensa, ma irregolare

Manchester, 1736. Ann Lee (Amanda Seyfried) cresce in una famiglia poverissima, immersa in una religiosità rigida che scandisce ogni gesto quotidiano. La sua vita è segnata da violenze domestiche, lutti e un matrimonio che la priva di ogni dignità emotiva. La perdita dei figli e la sofferenza vissuta la spingono verso una radicale rinuncia al corpo e al desiderio, trasformandola nella guida spirituale degli Shaker, comunità che predica lavoro, purezza e non violenza.

Mona Fastvold, la regista, affronta questo percorso con un approccio che vuole essere insieme storico, sensoriale e profondamente emotivo. La prima parte del film è più lineare, quasi cronachistica, mentre la seconda si apre a una dimensione visionaria che tenta di tradurre in immagini la trascendenza e il tormento interiore di Ann. Tuttavia, questa scelta stilistica non sempre trova un equilibrio: alcune sequenze sembrano sospese, altre si dilatano oltre il necessario, e il ritmo complessivo ne risente.

Il film cerca di rendere accessibile un tema lontano nel tempo e culturalmente specifico, ma non sempre ci riesce. La complessità della figura di Ann Lee, la sua radicalità spirituale e la sua visione comunitaria richiederebbero un respiro narrativo più ampio, mentre qui restano spesso affidate a intuizioni visive più che a un vero approfondimento drammaturgico.

Interpretazioni solide, personaggi sacrificati

Amanda Seyfried offre una prova intensa e profondamente sentita. La sua Ann Lee è attraversata da un dolore che diventa fede e da una fede che diventa sacrificio. L’attrice lavora su sfumature sottili, restituendo una donna che cerca nella spiritualità una via di sopravvivenza e di emancipazione. La sua presenza scenica sostiene molte delle sequenze più riuscite del film, soprattutto quelle in cui il silenzio diventa linguaggio e la sofferenza si traduce in un gesto minimo, in un tremore, in uno sguardo che cerca un senso.

Lewis Pullman, Thomasin McKenzie e Christopher Abbott contribuiscono con interpretazioni credibili, ma la centralità assoluta della protagonista lascia poco spazio allo sviluppo degli altri personaggi. Le tensioni interne alla comunità, così come le accuse di stregoneria, restano più suggerite che realmente esplorate. È un peccato, perché il contesto storico e sociale avrebbe potuto offrire un terreno fertile per un racconto corale, mentre qui rimane soprattutto un fondale evocativo.

Regia e immagini potenti

La regia di Mona Fastvold merita un elogio particolare. Le inquadrature sono orchestrate con grande cura, spesso costruite come veri tableaux vivants. Colpiscono soprattutto le riprese dall’alto, che trasformano le coreografie comunitarie degli Shaker in geometrie visive di notevole impatto. Fastvold dimostra una padronanza dello spazio scenico rara, capace di dare ordine e armonia anche alle scene più affollate, e di trasformare i movimenti collettivi in un linguaggio simbolico.

La fotografia di William Rexer amplifica questa ricerca estetica: luce naturale, interni austeri, paesaggi sospesi tra realtà e mito. Ogni ambiente sembra costruito per riflettere lo stato d’animo della protagonista, e in alcuni momenti il film raggiunge una potenza visiva davvero notevole. Tuttavia, questa ricchezza formale non sempre dialoga con la narrazione: a volte sembra che l’immagine cerchi di compensare ciò che la sceneggiatura non approfondisce.

Il montaggio di Sofía Subercaseaux accentua la discontinuità del film: alcune sequenze visionarie si dilatano troppo, mentre altre si risolvono rapidamente, lasciando intuire più di quanto mostrino. Le musiche di Daniel Blumberg, evocative e ipnotiche, accompagnano bene l’atmosfera spirituale, e l’elemento musicale rimane un’intuizione intermittente e che un vero linguaggio narrativo.

Un’opera ambiziosa, sincera, ma non del tutto compiuta

Il testamento di Ann Lee affronta diversi temi complessi ma lo fa con un approccio che privilegia l’emozione e la suggestione rispetto alla chiarezza narrativa, alla spiegazione e all’eventuale denuncia. L’ambizione è grande, e alcuni momenti sono davvero potenti, soprattutto quando Fastvold lascia che siano i gesti, i corpi e le immagini a parlare. Tuttavia, la coesione complessiva rimane fragile.

Il film vuole essere un ritratto spirituale, un dramma femminile, un musical interiore e un affresco storico. In parte ci riesce, in parte si perde. L’intensità di Amanda Seyfried e la regia ispirata di Fastvold restano gli elementi più convincenti, ma non bastano a colmare le fratture di una sceneggiatura che procede per intuizioni più che per sviluppo.

Un’opera sincera, visivamente affascinante, che tenta con coraggio di restituire complessità a una figura storica poco conosciuta, ma che non sempre riesce a trasformare questa ambizione in un racconto cinematografico pienamente compiuto.

Voto: 6,8

Di Giuseppe Bonsignore

Fondatore di Cinematik.it nel lontano 1999, appassionato di Cinema occupa il suo tempo impiegato in un lavoro molto molto molto lontano da film e telefilm. Filmaker scadente a tempo perso, giornalista per hobby, recensore mediocre, cerca di tenere in piedi la baracca. Se non vede più di 100 film (al cinema) all'anno va in crisi d'astinenza.

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