Recensione in anteprima – Venezia ’25 – In concorso – La mattina scrivo ( pied d’œuvre) racconta la storia di un uomo che tenta di reinventarsi quando la vita sembra aver già deciso per lui. Valérie Donzelli firma un dramma intimo, costruito su esitazioni, piccoli fallimenti e una ricerca ostinata di senso. Al cinema dal 5 marzo.
La storia di Paul
Paul Marquet, interpretato da Bastien Bouillon, è un fotografo freelance ben pagato che decide di abbandonare una carriera solida per inseguire il sogno di diventare scrittore. La sua scelta non nasce da un impeto romantico, ma da un logoramento silenzioso: la sensazione di aver esaurito un mestiere che non gli appartiene più. Tuttavia, il mondo attorno a lui non accoglie questo cambiamento con entusiasmo.
Familiari e amici lo osservano con una pazienza che somiglia più alla rassegnazione che al sostegno, come se aspettassero il momento in cui Paul ammetterà di aver sbagliato tutto.
Questo contesto, fatto di giudizi impliciti e aspettative non dette, diventa una sorta di recinto emotivo. Paul non è ostacolato apertamente, ma è come se ogni sguardo, ogni domanda di circostanza, ogni sorriso trattenuto lo spingesse un po’ più vicino al dubbio. Quando il successo letterario non arriva e i risparmi iniziano a scarseggiare, la sua scelta di rivolgersi alla gig economy non è solo un ripiego economico: è il segno di un uomo che tenta di restare fedele a se stesso mentre tutto intorno sembra chiedergli di tornare indietro.

Il protagonista e i suoi rituali
Il cuore del film è la figura di Paul, un uomo che vive sospeso tra desiderio e realtà. La regista Valérie Donzelli lo ritrae con grande attenzione ai dettagli emotivi: la sua ostinazione non è quella dell’eroe che lotta contro il mondo, ma quella di chi teme che ammettere un fallimento significhi perdere una parte di sé.
Ogni mattina, Paul si siede a scrivere, anche quando le parole non arrivano, anche quando la pagina bianca sembra più un giudice che un’opportunità. È un rituale che lo tiene in piedi, un modo per ricordarsi che la sua scelta ha ancora un senso. Intanto riempie il suo prezioso taccuino di appunti.
Bouillon dà al personaggio una fragilità credibile: sguardi sfuggenti, esitazioni, piccoli scatti d’orgoglio che si spengono subito dopo. Accanto a lui, Virginie Ledoyen interpreta Alice, una presenza discreta ma significativa, capace di offrire un appoggio che Paul spesso non sa cogliere. La famiglia, invece, rappresenta un’altra forma di pressione: non cattiva, non invadente, ma costantemente in attesa che Paul “torni normale”. Questa rete di relazioni, più che sostenerlo, finisce per amplificare la sua incertezza.

Spazi quotidiani e il racconto di vite in transito
Gli ambienti del film sono costruiti con una cura che non cerca mai l’effetto estetico fine a se stesso. La fotografia di Irina Lubtchansky predilige toni naturali e luoghi vissuti: la piccola casa di Paul, i caffè in cui prova a scrivere, gli appartamenti dei familiari, i luoghi dei suoi lavori temporanei. Tutto appare provvisorio, come se nessuno di questi spazi potesse davvero contenerlo.
È una Parigi lontana dalle cartoline, fatta di corridoi stretti, tavoli ingombri, strade anonime: un ambiente che riflette perfettamente la sensazione di transito che attraversa il protagonista.
Il montaggio di Pauline Gaillard segue il ritmo irregolare della sua vita: giornate che scorrono identiche, interrotte da piccoli scarti, incontri che sembrano promettere un cambiamento e invece si dissolvono. Anche la musica di Jean-Michel Bernard interviene con discrezione, lasciando che siano i rumori del quotidiano a definire l’atmosfera. È un mondo che non giudica Paul, ma che non gli offre nemmeno appigli.

Un racconto sull’identità più che sul successo
La mattina scrivo affronta temi importanti senza mai alzare la voce: la precarietà, il bisogno di riconoscimento, la paura di cambiare quando si è già adulti, la paura di perdere la stima dei propri figli. Non è un film sulla vocazione artistica in senso romantico, ma sul prezzo concreto di una scelta: la solitudine, il giudizio altrui, la fatica di reinventarsi quando il mondo sembra correre più veloce di te. Donzelli evita moralismi e non trasforma Paul né in un eroe né in un irresponsabile: lo osserva per quello che è, un uomo che tenta di non arrendersi.
A volte questa delicatezza rischia di diventare eccessiva: alcune dinamiche familiari restano appena accennate, certi conflitti potrebbero affondare di più il colpo. Ma proprio questa misura dà al film una sincerità particolare. Paul non è un simbolo, non è un caso esemplare: è un individuo qualunque che prova a cambiare rotta e scopre quanto sia difficile farlo senza perdere pezzi di sé.
Voto: 6