Recensione in anteprima – Venezia ’25 – In Concorso – The Smashing Machine è la prima in solitaria di Benny Safdie e gli è valsa il Leone d’Argento per la regia alla mostra del cinema di Venezia. Ma è anche il rilancio di The Rock come attore drammatico e non solo caricatura muscolosa. Il film è anche la storia di un uomo tanto forte quanto debole e della nascita delle arti marziali miste. Servono altri motivi per correre in sala a vederlo a partire dal 19 novembre?
Uomini forti, destini forti
The Smashing Machine racconta la storia vera di Mark Kerr (Dwayne Johnson), uno dei pionieri delle MMA (Mixed Martial Arts) alla fine degli anni Novanta. All’apice della sua carriera, Kerr ottiene vittorie travolgenti nell’UFC (Ultimate Fighting Championship), guadagnandosi fama e gloria. Ma Kerr è un uomo vulnerabile: dipendente dagli antidolorifici e ossessionato dal riconoscimento pubblico, egli vive una relazione complicata e tossica con la fidanzata Dawn (Emily Blunt).
Assuefatto alle vittorie, una sconfitta lo abbatte psicologicamente e Kerr precipita in una crisi personale che lo costringe ad uno scontro psicologico con sé stesso, una sfida che affronterà anche tramite riabilitazione. Allenato dal campione Bas Rutten (interpretato da sé stesso), si rialza e torna a combattere, ma la gelosia e le incomprensioni con Dawn lo coinvolgono in conflitti sempre più esasperati.
La vicenda culmina nel Grand Prix del 2000 in Giappone, torneo al quale partecipa anche Mark Coleman (Ryan Bader), migliore amico di Kerr che ora vive il proprio momento di ribalta. Fra le difficoltà con Dawn, le debolezze mentali e la fragilità emotiva, Kerr deve dimostrare di essere forte, sotto tutti i punti di vista.

Tra alti e bassi
Nonostante il soggetto non brilli per originalità, il film sprigiona forza emotiva grazie a scelte stilistiche e interpretative notevoli. In primis il cast: Dwayne Johnson sorprende nel suo primo ruolo drammatico, offrendo una prova intensa e misurata. Col volto deformato dai colpi e dal dolore, l’attore riesce a non essere “The Rock” ma è un uomo ferito che si aggrappa agli antidolorifici, emozionando lo spettatore con una performance che sottrae invece di aggiungere.
Ottima anche la prova di Emily Blunt: se il ruolo di Dawn rischia lo stereotipo, l’attrice lo rende credibile ed empatico, restituendo le tensioni e le sofferenze di una donna innamorata di un campione autodistruttivo. Insieme, i due creano sullo schermo una coppia dirompente, dove l’amore e la disperazione si intrecciano e Safdie dirige le loro scene come quelle di un incontro sul ring.
La mano sicura del regista Benny Safdie infatti è un altro punto di forza: dopo Good Time e Uncut Gems, egli firma qui il suo primo film da solo, confermando il suo stile nervoso e immersivo. La regia sceglie un approccio quasi documentaristico: molte inquadrature sono riprese con grande profondità di campo o dall’alto, immergendo lo spettatore nella claustrofobia dello spogliatoio o nell’arena gremita, senza mai indulgere nella violenza. Safdie si concentra sui momenti di vulnerabilità, alternando la frenesia dei combattimenti a scene intime di dolore silenzioso. Nel complesso il film si muove tra cazzotti e confessioni, mescolando brutalità e tenerezza in modo originale.

Conferme e rivoluzioni
In definitiva, The Smashing Machine è una pellicola che vince grazie alla forza delle sue interpretazioni e alla visione autoriale di Benny Safdie. Pur non rivoluzionando il genere biografico-sportivo, il film conferma la cifra stilistica di Safdie: protagonisti tormentati, ossessionati dall’ambizione e in lotta con i propri demoni. La sua regia porta ad un cinema fisico e poetico, rendendo il dolore e la fatica di Kerr tanto palpabili da sfiorare la poesia.
Anche per Dwayne “The Rock” Johnson questo segna un punto di svolta. Da star internazionale dei blockbuster egli dimostra di saper mettere da parte il divismo e mettersi al servizio del personaggio. Come lui stesso ha dichiarato, questo film gli ha permesso di liberarsi “dall’armatura del divo d’azione” per mostrarsi come attore vulnerabile. Con questa performance matura Johnson amplia il proprio repertorio: è una trasformazione compiuta che richiama lo slancio di attori come Sylvester Stallone o Mickey Rourke, sfruttando la fragilità dietro la forza fisica.
Voto: 7